La Stampa
SABATO 15 FEBBRAIO 2003

Il candelaio e gli eroici furori che fustigarono i pedanti
di Anacleto Verrecchia


Con due superbi volumi, la Utet ha fatto il più bel regalo alla cultura e alla f ilosofia in particolare. Ora, finalmente, anche in Italia è possibile leggere le Opere italiane di Giordano Bruno nell'impeccabile edizione critica curata da Giovanni Aquilecchia. Si tratta dell'edizione che il grande filologo, nel frattempo scomparso, aveva stabilita per Les Belles Lettres di Prigi (1993-1999), nella collana delle Opere italiane di Bruno diretta da Yves Hersant e Nuccio Ordine e pubblicata con il patrocinio dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli presieduto da Gerardo Marotta: Il lettore italiano potrà facilmente reperire le varianti di ogni singola e i preziosi apparati critici, perché la presente edizione contiene, ai margini, i rinvii alle pagine dell'edizione Les Belles Lettres.
Aquilecchia è stato indubbiamente il maggior filologo delle opere di Bruno, alle quali aveva dedicato la vita. Egli ha avuto anche il merito di scoprire testi di Bruno dati per persi e una doppia versione della Cena de le ceneri. Il testo critico da lui stabilito vale ormai come il testo di riferimento. Ma parliamo della presente edizione.
Per la prima volta il Candelaio viene pubblicato insieme con le altre opere italiane, mentre sia l'edizione curata da Giovanni Gentile sia i Meridiano Mondatori curato dal professor Michele Ciliberto lo escludono. Ma non è giusto, perché il Candelaio, pur essendo una commedia, anzi la più grande commedia del Cinquecento, contiene spunti filosofici che vengono sviluppati nelle opere successive. Eccole nell'ordine: La cena de le ceneri, De la causa, principio et uno, De l'infinito, universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori.
Le prime tre hanno un carattere più propriamente filosofico, tanto che vengono indicate anche come dialoghi metafisici; le altre vengono solitamente classificate tra gli scritti morali. Dal punto di vista filosofico, il capolavoro è indubbiamente il De la causa, principio et uno, così come tra gli scritti in latino lo è il De immenso; ma questo non significa che gli altri scritti siano meno importanti. Le opere contenute in questi due volumi vanno lette tutte, perché l'una getta luce sull'altra.
Un applauso incondizionato va anche a Nuccio Ordine, che di Giordano Bruno è per così dire l'ambasciatore. Il compito gli si attaglia perfettamente, essendo egli facondo, poliglotta e anche di bella presenza, cosa che non guasta. Le edizioni di Bruno nelle lingue straniere, compresa quella cinese, sono state promosse soprattutto da lui. Sua è anche la lunga introduzione a questi due volumi, la quale è ben scritta e ben pensata. Di solito gli accademici hanno una prosa da aruspici o da seppia letteraria. Non così Ordine, che riesce accattivante anche nello scrivere. Per lui - e ha ragione - il Candelaio "è l'ouverture dell'opera italiana di Bruno". Egli sostiene che dalla commedia agli Eroici furori c'è un percorso organico.
Altro punto importante di questo bel saggio introduttivo (che sta per uscire ampliato, come libro a se stante, presso Marsilio, con il titolo La soglia dell'ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, pp. 258, € 23) è il risalto che l'autore dà allo stretto rapporto tra filosofia e biografia, tra pensiero e modo di vivere. Infatti Bruno visse ciò che pensò e pensò ciò che visse.
Il grande filosofo è veramente risorto, come la fenice, dalle ceneri di Campo dei Fiori a Roma. Questa monumentale edizione ne è la riprova. La cosa non fa forse piacere a Santa Madre Chiesa, che graziosamente lo bruciò vivo; ma i tempi sono cambiati. Un proverbio arabo dice che quando il Nilo è arrivato al Cairo non c'è più nulla che possa rimandarlo indietro. Esattamente la stessa cosa si potrebbe dire a proposito di Giordano Bruno, una specie di Nilo filosofico: anche lui è arrivato al suo Cairo, come dimostra l'immensa bibliografia. Quanto alla Chiesa, che prima ricorreva alle forche, ai roghi, ai roghi e alle mannaie, ora si è ammansita ed è diventata melliflua e sentimentale, adattandosi alle circostanze come la salamandra.
L'esplosiva attività letteraria di Bruno durò appena un decennio. Poi, quando egli aveva solo quarantaquattro anni, l'Inquisizione gli spezzò brutalmente la penna e la vita. Pur in così breve tempo, scrisse moltissimo. Se si contano tutti i suoi scritti, compresi quelli che non ci sono pervenuti, abbiamo una cinquantina di titoli. Ci sarebbe da rimanere sbalorditi, se non conoscessimo la sua potenza intellettuale.
Per parlare solo delle sue opere italiane, che costituiscono meno di un terzo della sua produzione, occorre dire che esse non sono sempre di facile lettura, sia per gli argomenti che trattano, sia per la prosa rupestre in cui sono scritte. Perseguitato e sempre in mezzo a un mare di difficoltà, il filosofo doveva fare un po' come la marmotta, che con un occhio guarda l'erba da brucare e con l'altro i pericoli che la circondano. In tali condizioni, è facile a capirsi, egli era costretto a scrivere di getto e senza badare troppo alla forma. Non ebbe mai né il tempo né la tranquillità di rivedere e limare la pagina scritta. Così si spiegano certe asperità e certe prolissità. C'è anche da dire che egli era tanto moderno nelle genialissime intuizioni scientifiche e filosofiche quanto antiquato nella scrittura, sebbene ci siano delle pagine di grande bellezza.
Qui si pone un problema, di cui gli accademici e spesso anche gli editori non vogliono neanche sentir parlare. Bruno dev'esser e letto da tutti e non solo dagli specialisti. In questo gli stranieri sono avvantaggiati, perché lo leggono in traduzione. Io stesso, per chiarirmi ceri passi particolarmente complicati, ricorro alla traduzione tedesca o francese. Ma guai se uno, in Italia, si permettesse di aggiornare un po' la grafia di Bruno, cosa che in Germania fanno anche con autori del Settecento, come per esempio con Lichtenberg. I pedanti griderebbero allo scandalo. Vanno invece in estasi se riescono a stabilire che nelle prime stampe delle opere di Bruno c'è meglo e non meglio, meglore e non migliore, cqui e non qui; e riproducendo tale grafia fanno passare il flagellatore dei pedanti per pedante a sua volta. Già il Gentile aveva fustigato da par suo questa pedanteria maniacale.
Che fare? Visto che lo stesso Bruno diceva che tutto il sapere deriva dalle traduzioni, io, a costo di far inorridire i pedanti, lancio una proposta: trascrivere in italiano moderno le opere di Bruno e fare quello che si fa con i classici latini o greci: Da una parte il testo originale e dall'altra la trascrizione in lingua moderna. È così scandaloso? Non si dimentichi che qui abbiamo a che fare con un grande, un grandissimo filosofo, e che quello che conta è il suo pensiero e non la sua grafia. Dirò di più: Giordano Bruno, che Schopenhauer paragona a Platone, esce completamente dalla concezione cristiana del mondo e suona su un registro che non è quello dell'Occidente teologizzato e storicizzato. Facciamo dunque in modo che tutti possiamo leggerlo agevolmente.
Un'ultima cosa. È un vero peccato che anche sulla copertina del primo di questi due splendidi volumi venga riprodotto il solito, brutto e falso ritratto di Giordano Bruno, dove egli sembra più un cero pasquale che il sovvertitore della filosofia occidentale.