Escono le opere italiane. E Ordine scopre che l'invenzione letteraria per il Nolano esprime il molteplice che domina il mondo: "Quando Bruno scrive 'Il Candelaio' ha già in mente l'itinerario filosofico da seguire fino agli Eroici furori"
Il 17 febbraio del 1600, a Roma, in Campo de' Fiori, Giordano Bruno venive
arso vivo: nudo, la lingua stretta in una morsa di legno, perché non
potesse dire nulla neanche in quegli ultimi terribili istanti. Di lui la Utet
ha pubblicato, in due volumi che sono usciti in questi giorni nella collana
dei Classici Italiani, le opere volgari, dal Candelaio agli Eroici furori, nell'edizione
critica di Aquilecchia e precedute da un intenso studio introduttivo di Nuccio
Ordine, docente di filosofia nell'Università di Arcavacata e tra i massimi
esperti del filosofo nolano. Stilos lo ha intervistato.
Professore Ordine, è ancora stupefacente la forza di novità
che promana da queste opere volgari di Bruno, che fu veramente, ai suoi tempi,
intellettuale di frontiera, consapevole di esserlo. Ma perché era così
difficile esserlo? Fino a morirne?
"Bisogna tenere presente che la figura dominante nel Rinascimento era quella
del cortigiano al servizio di un principe. Bruno, al contrario, fa della libertà
di parola e di pensiero una delle sue ragioni di vita. Per questo, in Francia
come in Inghilterra, egli non esita ad abbandonare privilegi e agi per difendere
la sua filosofia. In questo senso, un pensiero mobile in grado di abbattere
le frontiere tra cielo e terra, tra umano e divino, tra scienze umane e scienze
della natura doveva per forza presupporre una biografia segnata da una continua
mobilità tra una corte e l'altra, al di là di ogni confine, alla
ricerca di uno spazio per filosofare ed esercitare in pace il diritto alla parola.
'Al vero filosofo - diceva Bruno - ogni terreno è patria'. Un'affermazione
che dovrebbe far riflettere oggi i fautori di biechi regionalismi, pronti a
proiettare il nostro Paese in un assurdo isolamento. Omero non è più
un autore greco ma appartiene a tutta la comunità occidentale, così
come Pirandello e Dante ormai fanno parte di quel patrimonio culturale che ci
consente di ritrovare le comuni radici europee. Dobbiamo educare i giovani a
sentirsi cittadini dell'Europa. E i classici giocano un ruolo importante nella
formazione di questa 'nuova' coscienza."
Lei dice che il Candelaio è come l'ouverure di uno spartito più
complesso che comprende anche gli altri dialoghi in lingua italiana. Vuol dire
che la composizione, peraltro concentrata in pochi anni, di tutta l'opera volgare
di Bruno obbedisce a un disegno prefigurato? Che queste opere sono una specie
di manifesto ideale, forse anche politico?
"Certamente. Per la prima volta in Italia l'edizione critica di Giovanni
Aquilecchia prevede tutte e sette le opere italiane: il Candelaio e i sei sette
dialoghi londinesi. L'edizione Gentile e il Meridiano Mondatori avevano ingiustamente
escluso la commedia dall'insieme delle opere filosofiche di Bruno in volgare.
In effetti, si è trattato di un grande errore. Nella mia prefazione ho
cercato di dimostrare che nella commedia è possibile reperire una serie
di temi che anticipano le grandi questioni su cui Bruno orchestrerà i
sei movimenti successivi della sua filosofia. La scelta stessa dei generi letterari
testimonia questa solidarietà: dialogo e commedia, serio e comico, non
possono essere separati nella 'nova filosofia' teorizzata dal Nolano. Quando
Bruno scrive il Candelaio ha già in mente, grossomodo, l'itinerario filosofico
da seguire fino agli Eroici furori: l'esperienza in volgare si apre con la messa
in scena dell'ignoranza (tre personaggi che non conoscono se stessi) e si chiude
con la ricerca solitaria di Atteone, con la visione di una 'divinità'
che non è fuori di noi, ma nella natura, all'interno di noi stessi."
Bruno va dritto nel segno, colpisce sempre a fondo, e sembra fare della provocazione
perpetua lo stile del suo pensiero. Rovesciando tutti i luoghi comuni: dalla
visione tolemaica, che demolisce per primo, fino al petrarchismo, che rovescia
nel suo contrario. Insomma un àtopos. Anche con le religioni il suo rapporto
è di autonomia assoluta. Non accetta nulla del cattolicesimo tridentino,
ma non è neanche calvinista. Come mai?
"La concezione bruniana della religione è un punto forte della sua
filosofia. Non esistono infatti religioni 'utili' o 'dannose'. Il compito delle
religioni è quello di religare (unire, cementare), di servire da modello
etico di comportamento per le masse escluse dalla ricerca filosofica. Questo
significa che tutte le guerre che scoppiano in nome della religione sono in
contrasto con la funzione che essa deve assolvere. L'errore sta nel volere imporre
una religione come verità assoluta. È quello che accade oggi con
i fondamentalismi. E quando parlo di fondamentalismi non parlo solo di quelli
musulmani, ma penso anche a fanatismi di matrice cattolica che possono sfociare
talvolta in comportamenti violenti come in Irlanda o in Italia, dove in alcune
aree leghiste si predica la caccia al musulmano o all'extracomunitario. Ognuno
crede di avere una verità che bisogna imporre con ogni mezzo all'altro.
Lo stesso atteggiamento contro la coercizione è possibile ritrovare sul
piano della poetica. La codificazione dei generi letterari e la fissazione della
letteratura in un rigido sistema di regole, vengono completamente rifiutate
da Bruno: la lingua e la scrittura letteraria devono esprimere la molteplicità
e la varietà che dominano l'universo. E in nome di questa pluridimensionalità,
il Nolano diventa un grande sperimentatore: innova i generi, vivifica la poesia,
irrora la lingua e arriva perfino a sperimentare nuove possibilità sul
piano metrico."
Ma in che maniera si lega questa concezione bruniana della varietas e del
relativismo della verità con lasua particolare interpretazione del copernicanesimo?
"Lei coglie un nodo importante. La concezione bruniana della tolleranza
affonda le sue radici nella cosmologia. La visione di un universo infinito spazza
via definitivamente la nozione di centro assoluto e, quindi, anche la nozione
di verità assoluta.non c'è più un solo centro, ma ci sono
tanti centri per quanti sono gli esseri viventi che popolano gli infiniti mondi.
L'insetto più piccolo e un pianeta hanno la stessa dignità e lo
stesso diritto all'esistenza. Bruno,partendo dalle geniali scoperte di Copernico,
'riscrive' in maniera radicale i rapporti tra l'individuo e il mondo, tra l'uomo
e la verità, tra il filosofo e la conoscenza. Sospeso in una posizione
mediana tra gli dei (che non cercano la sapienza perché la possiedono)
e gli ignoranti (che non la cercano perché presumono di possederla),
il vero filosofo dedica tutta la sua vita alla ricerca della sapienza nella
certezza che mai potrà possederla nella sua totalità. La filosofia
coincide con un amore incondizionato e smisurato per la sapienza."
Proprio in nome di questa ricerca senza fine, Bruno si ribella ad Aristotele
e a quelle certezze consolidate e accettate per autorità dai "sapienti".
"Certamente. La filosofia bruniana distingua tra fede e ragione. Le verità
indiscutibili riguardano la sfera della fede. Ma la vera ricerca filosofica
non può avvalersi di verità indiscutibili, valide una volta per
tutte. Non a caso Bruno sceglie il genere dialogo per esprimere la sua 'nova
filosofia'. E non a caso Bruno insiste nei suoi dialoghi sulla molteplicità
dei metodi e delle filosofie. Non esiste la filosofia, proprio come non esiste
la verità. Esistono le filosofie, così come esistono le verità.
Tutta l'opera italiana è percorsa dal bisogno di mettere in scena il
difficile percorso per conquistare la conoscenza. Un percorso a più voci,
che prevede sempre il confronto con l'altro. Come diceva Montagna, utilizzando
la metafora della 'caccia', all'uomo è dato inseguire la verità
ma non possederla. Ecco perché il vero filosofo, secondo il motto socratico,
è colui che sa di non sapere. Spesso non basta una vita intera per arrivare
a capire che tanto più sappiamo, tanto più avremo coscienza del
nostro non sapere."
Lei ritiene che uno dei nodi centrali della teoria della conoscenza in Bruno
si manifesti nel simbolico rapporto che si crea tra filosofia e pittura, attraverso
la nozione di ombra.
"È vero. Ho cercato di capire perché Bruno apra la serie
delle opere italiane con il Candelaio nelle vesti di un pittore-filosofo (il
protagonista è un pittore le cui iniziali, G. B., alludono allo stesso
autore) e la chiuda con i Furori, in cui un filosofo-pittore dipinge con le
parole una serie di 'imprese' (descrizioni di immagini simboliche). In effetti,
filosofia e pittura affondano le loro radici nel tema dell'ombra. Il mito delle
origini della conoscenza (la caverna di Platone) e il mito delle origini della
pittura (il primo pittore, secondo Plinio, avrebbe contornato un'ombra proiettata
su un muro) prendono le loro mosse da proiezioni di ombre. Ma il vero filosofo
e il vero pittore devono andare al di là della 'soglia' dell'ombra: il
pittore deve arricchire l'ombra con il disegno e con i colori, mentre il filosofo
deve risalire dalle proiezioni distorte alla vera natura delle cose. Sta di
fatto che filosofo e pittore lavorano a partire dalle ombre: si misurano con
la materia, con una realtà sottoposta a mutazioni e mangiamenti, riverberi
e proiezioni. Bisogna risalire dal molteplice all'unità, bisogna cogliere
dietro l'apparente movimento la sostanza delle cose. Tutta la filosofia bruniana
della conoscenza si fonda sullo sforzo di 'vedere' l'invisibile. 'Conoscere'
significa innanzitutto vedere per 'immagini'. E, spesso, per 'vedere' e 'conoscere'
bisogna 'trasgredire'. E questa trasgressione può costare anche la vita."
Si tratta dell'esperienza che compiono, attraverso percorsi diversi, Atteone
e Narciso? Entrambi per aver "troppo visto" finiscono per perdere
la vita.
"Proprio così. Narciso si innamora di un'immagine riflessa. In un
primo momento non si accorge che quell'immagine è la propria. Ma poi
quando se ne rende conto non può fare a meno di continuare a desiderarla
fino alla morte. Qui si avvera la profezia di Tiresia: morirà solo se
conoscerà se stesso. Anche Atteone muore quando scopre Diana (la natura):
nel vede la divinità nuda, il mitico cacciatore scopre che ciò
che cercava (la sua preda) non era fuori di sé,ma dentro di sé.
Due miti diversi, che hanno però in comune una visione che ci fa capire
la coincidenza tra l'individuo e la divinità, tra l'io e l'altro. Ma
che ci insegna, innanzitutto, che la conoscenza presuppone sempre una 'metamorfosi',
un prezzo da pagare".
Un prezzo che Bruno stesso ha pagato con la sua vita, nel rogo di Campo de'
Fiori.
"La testimonianza di Bruno assume un alto valore etico in una società
come la nostra dove sembra che tutto debba essere realizzato velocemente e senza
sforzo. Mi riferisco alle moderne pedagogie edonistiche in voga oggi nelle scuole:
bisogna rendere tutto più facile, eliminando qualsiasi sforzo possibile.
È un grande errore. Non ci può essere conquista della conoscenza
senza sofferenza e senza fatica. Sin dai primi anni di vita scolastica i giovani
studenti devono apprendere che ogni cosa che impariamo è frutto di un
impegno. L'idea che si possa crescere senza 'sacrificio' è un inganno.
Bruno ci insegna che proprio questa lotta quotidiana per conoscere ci dà
il diritto alla parola. E che in questo diritto risiede la vera gioia di un'esistenza
in cui non ci sia più divergenza tra pensiero e vita, tra la mia visione
del mondo e il mio modo di essere anche nelle azioni più umili della
vita quotidiana."
Un invito a leggere le opere, dunque.
"Certamente. Questa edizione critica di Giovanni Aquilecchia finalmente
permetterà di leggere le opere italiane di Bruno in un testo definitivo.
Si è trattato di un lavoro che si è protratto per oltre cinquant'anni.
E negli ultimi dieci anni ha visto impegnati studiosi di diversi Paesi europei
per redigere i commenti e gli utilissimi apparati (un incipitario, una tavola
metrica, un rimario per i componimenti; ma anche una storia dell'iconografia
bruniana). Tra gli studiosi italiani vorrei ricordare due maestri: Nicola Badaloni
e Giorgio Barberi Squarotti."
Ma come mai si deve proprio alla Francia l'iniziativa di pubblicare per prima
le opere di Bruno in edizione critica?
"In effetti, Aquilecchia aveva iniziato già con l'Utet negli anni
Settanta a preparare alcuni testi critici. Poi grazie all'accordo tra Edoardo
Pia dell'Utet e Alain Segonds de Les Belles Lettres è iniziata nel 1993
la pubblicazione a Parigi delle opere italiane con la traduzione francese a
fronte. Les Belles Lettres è uno degli editori di classici più
prestigiosi, si pensi alle collane di opere latine e greche. Adesso l'Utet ha
ripreso quei testi e quei commenti. Questa collana francese, che io dirigo assieme
a Yves Hersant, non sarebbe mai esistita senza l'edizione di Aquilecchia e senza
l'entusiasmo di Gerardo Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici che sta promuovendo la filosofia di Bruno in tutto il mondo."
Lei allude alle traduzioni delle opere italiane di Bruno in corso in Giappone,
in Cina, in Romania, in Spagna, in Danimarca, in Germania?
"Certo. Grazie alle preziose iniziative di Marotta oggi le traduzioni di
Bruno si moltiplicano nel mondo intero. Finanche in Giappone e in Cina abbiamo
trovato un interesse enorme. Qui per la prima volta Bruno viene tradotto direttamente
dall'italiano. A Pechino e a Tokio ho incontrato tanti giovani ricercatori interessati
a trovare agganci tra la filosofia bruniana e le filosofie orientali. La tolleranza,
il rispetto delle diverse culture e la presenza del divino nella natura sono
i temi che hanno attirato di più l'attenzione di questo nuovo pubblico
di lettori".