La splendida messa in scena de La cena de le ceneri di Giordano Bruno è una risposta indiretta ai detrattori del filosofo di Nola. Dopo le polemiche estive - scatenate dalla ripresa sulle colonne de “Il Foglio” di una serie di luoghi comuni contro il pensatore messo a morte dall’Inquisizione nel rogo di Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600 - la prima teatrale di ieri al Mercadante ha il merito di proporre al pubblico alcuni dei grandi temi della “nolana filosofia”. Il regista Antonio Latella, che ancora una volta dà prova delle sue eccezionali qualità, non poteva scegliere un momento migliore per mostrare i pericoli di una visione dogmatica della religione, della scienza e del sapere in generale. Non si tratta, come il titolo potrebbe far pensare, di una semplice riduzione teatrale del dialogo più celebre di Bruno, La cena de le Ceneri, pubblicato a Londra nel 1584. La struttura della pièce è molto più complessa. Latella, adoperando il libero adattamento di Federico Bellini, parte dallo schema narrativo della Cena per inserire al suo interno una serie di richiami ad altre opere italiane di Bruno e ad alcuni passaggi del processo.
Lo spettacolo, insomma, si configura come un dialogo nel dialogo. O, se si preferisce, come una rappresentazione nella rappresentazione. Teofilo racconta lo scontro con i pedanti di Oxford. Riferisce, dialogando con i suoi interlocutori, la disputa londinese tra
filosofia in commedia. Alla rivoluzione cosmologica, insomma, segue anche una rivoluzione letteraria: rovesciando le regole pedantesche dell’aristotelismo cinquecente- sco, Bruno scrive una commedia in forma di dialogo filosofico e dialoghi filosofici in forma di commedia. Dal Candelaio ai Furori, i due generi prescelti (commedia e dialogo) vengono piegati a rappresentare una realtà complessa e continuamente agitata dalle mutazioni. Il comico sembra essere il filo rosso che tiene unite le sette opere italiane. Proprio come insegnano i Sileni (tanto cari a Platone, a Erasmo e a Rabelais), spesso dietro un’immagine ridicola si nasconde un pensiero capace di distruggere dogmi e false credenze.
Il Nolano, insomma, ci invita ad andare al di là delle apparenze, al di là della superficie, al di là della maschera. Per capire bisogna aprire il Sileno, bisogna penetrare nei tessuti interni delle cose. Solo così potremo orientarci in un teatro del mondo, dominato dagli inganni e dalle illusioni, dalle mutazioni e dagli opposti. Senza la luce della filosofia sarà difficile, in una realtà fatta solo ed esclusivamente di ombre, capire se stessi e l’universo che ci circonda.
tra il Nolano e gli aristotelici sostenitori del geocentrismo. E lo fa, riprendendo anche significativi passaggi del De la causa, principio et uno, del De infinito, universo e mondi, de Lo spaccio de la bestia trionfante e della Cabala del cavallo pegaseo.
La scena, attraverso le parole dei quattro interlocutori, diventa teatro del mondo. Gli spettatori vengono sollecitati a “vedere” non solo con gli occhi, ma soprattutto con gli occhi della mente. Teofilo invita il pubblico a compiere con entusiasmo lo stesso “folle volo” del Nolano: al di là dell’aria, del cielo, delle stelle fisse, delle “fantastiche muraglie”, per avventurarsi negli sconfinati spazi dell’universo infinito. La “nova filosofia”, infatti, non poteva non partire dalla cosmologia. Bruno capisce che un nuovo inizio doveva necessariamente fondarsi sulla distruzione di ogni limite e di ogni confine. Non bastava mettere soltanto il sole al centro, come aveva fatto il geniale Copernico. Si rendeva indispensabile anche la dissoluzione della volta celeste. Liberare l’universo, avrebbe significato liberare ogni forma di sapere dalle catene della teologia e della falsa filosofia.
E proprio per illustrare questo cammino di liberazione, la pièce ci propone alcune questioni di fondo del pensiero di Bruno: la forza vitale della natura che anima ogni cosa, l’uniformità della materia che compone tutto ciò che esiste, l’uguale dignità degli esseri viventi
viventi, la difesa degli abitanti delle Americhe sopraffatti dai conquistatori in nome del più bieco profitto, la pericolosità dei fonda- mentalismi religiosi, la negazione della verità assoluta, la forza distruttiva dell’ignoranza. Sotto forma di brevi citazioni o di accurate parafrasi, è possibile ritrovare qui e là nelle pieghe degli scambi dialogici riflessioni di grande attualità. L’intero percorso del Nolano è dominato da un’unica preoccupazione: separare soprattutto teologia e filosofia, fede e scienza. Se ai teologi spetta occuparsi dei modelli di comportamento morale, ai filosofi invece è riservata la libera indagine della Natura. Confondere i piani significherebbe sottomettere la ricerca ai dogmi, signi- ficherebbe accettare passivamente verità apodittiche. Non è possibile ricorrere alle Sacre Scritture per spiegare il movimento degli astri (o, come accade addirittura ancora oggi a distanza di secoli, per confutare il darwinismo!). Non a caso, nella pièce, a Teofilo viene fatta pronunciare una celebre affermazione di Galileo (la Bibbia insegna come si vada al cielo e non come va il cielo), in cui lo scienziato ribadisce posizioni che Bruno aveva espresso nella Cena.
Ma la messa in scena ideata da Latella valorizza anche la potenziale teatralità dei dialoghi bruniani. Mostra abilmente la capacità del Nolano di presentare una filosofia