Nei dialoghi de «La cena de le Ceneri» -pubblicata a Londra nel 1584, è la prima opera filosofica in italiano di Giordano Bruno - tre temi risaltano, con urgenza e cristallina evidenza: l'affondo, che davvero sembra scritto oggi, contro i mistificatori del pensiero e della cultura (quelli che «con moltiforme impostura han ripieno il mondo tutto d'infinite pazzie, bestialità e vizii, come di tante vertù, divinità e discipline»), l'orgogliosa consa- pevolezza della propria superiorità intel- lettuale rispetto adessi («tutti gli orbi non vagliono per uno che vede, e tutti i stolti non possono servire per un savio») e la convinzione assoluta che la ragione non abita presso la massa («è più sicuro cercar il vero e conveniente fuor de la moltitudine, perché questa mai apportò cosa preziosa e degna, e sempre tra pochi si trovorno le cose di perfezione e preggio»).
Si capisce, allora, che cosa abbia spinto Antonio Latella verso l'allestimento di quei dialoghi, mai tentato prima e presentato al Mercadante dallo Stabile dell'Umbria e dal Teatro Nuovo, nell'ambito del festival «Napoli scena internazionale»: una parola che, assai più di quella riscontrabile nelle opere bruniane strettamente dottrinarie o letterarie, è fortemente intrisa di quotidianità, ossia è costantemente e direttamente a contatto con la bruciante vicenda umana del Nolano, e anche, o soprattutto, con le contraddizioni che altrettanto
altrettanto costantemente la punteggiarono (vedi l'autentico diluvio di ossi mori che nel proemio definisce il testo, per esempio «sì sacrilego, sì religioso», «sì aspro, sì giocondo», «sì tragico, sì comico»).
Si tratta, d'altronde, di un testo parti- colarmente teatrale, e nel senso dell'ardore polemico che lo connota e nel senso proprio del termine, almeno a partire dal personaggio del pedante Prudenzio, equivalente del Manfurio di «Candelaio» e già entrato in commedia col Belo. E tale mélange ài autobiografi-smo e rappresentatività Lateila illustra ed esalta, con almeno due o tre idee straordinarie. Ridotta la parola alla sua fisicità, ovvero al corpo di chi la pronuncia (vedi gl'interpreti che all'inizio recitano velocissimamente e con attacchi sfalsati lo stesso brano del testo, quasi fosse il testimone in una staffetta), i «doppi» di Bruno - il suo pensiero, ma anche, ripeto, le sue contraddizioni, oltre ai contraddittori - prendono l'aspetto dei pupazzi che gl'interpreti medesimi si legano addosso.
In qualche modo, è ciò che avviene fra il manovratore e il burattino nel bunraku giapponese. Il Nolano, poi, si troverà a difendere i fondamenti della sua filosofia (l'esistenza d'infiniti mondi e l'immanenza di Dio in tutte le cose) con interlocutori che sembrano i fantocci dell'arsenale delle apparizioni di Cotrone. E lui e loro sguazzeranno
sguazzeranno con i piedi nell'acqua: quest'ultima adalludere, insieme, a un lavacro purificatore e al mare della conoscenza. Infine, Giordano Bruno - nello straniamente di cornici di lampadine che fanno tanto varietà - s'incamminerà dalla vampa del rogo verso un video con la nascita di un bambino e il suo primo vagito.
Insomma, e a parte qualche lungaggine facile da eliminare, uno spettacolo che compie il non trascurabile miracolo di portare in scena la filosofia senza degradarla e, ad un tempo, senza che risulti indigesta. E ovviamente, a un simile risultato non sono estranei - nel contesto prezioso dell'impianto scenografico dello stesso Latella, dei costumi di Emanuela Pischedda e delle luci di Giorgio Cervesi Ripa - i bravissimi Dani-lo Nigrelli (Teofilo/Nolano), Marco Foschi (Smitho/Nundinio), Fabio Pasquini (Pruden- zio/Torquato) e Annibale Pavone (Frulla/ Discepolo). Successo caloroso alla «prima».