M. Ciliberto, Il testo rapito. Una polemica tra brunisti, in «Rivista di storia della filosofia», anno LV nuova serie, n. 2, 2000, pp. 235-252

 

        Nel mese di maggio, d'improvviso è scoppiata una polemica particolarmente aspra, in seguito alla pubblicazione di un Meridiano dedicato ai Dialoghi filosofici italiani di Giordano Bruno. È vero che, in genere, le discussioni tra "brunisti" sono molto vivaci, molto aspre, molto agitate; ma, pur tenendo conto di questo, credo di poter dire che in questo caso si sia superata abbondantemente la misura. Probabilmente il termometro è salito anche perché quest'anno ricorre il quarto centenario della morte di Giordano Bruno, sottoponendo tutti gli studiosi del Nolano a sforzi, fatiche, performances eccezionali.
       Riepilogando i termini della questione, in ordine di tempo sono stato criticato, essenzialmente, per due motivi:

       a) per aver pubblicato le opere di Bruno secondo i testi stabiliti da Giovanni Aquilecchia senza averne il diritto (così si è detto, almeno in un primo momento); con una responsabilità di ordine morale (si è affermato successivamente);
       b) per essere intervenuto nei testi editi da Aquilecchia, senza alcun vantaggio ai fini di una migliore comprensione dell'opera di Bruno.

       In queste pagine cercherò di mostrare l'inconsistenza e la pretestuosità di entrambe le critiche.

 
Scienza, diritto, morale

       Voglio sgombrare subito il campo da un problema. Non intendo in alcun modo intervenire nelle polemiche tra Mondadori editrice del Meridiano e Les Belles Lettres, editrice dei volumi curati da Aquilecchia; così come non è mia intenzione mettere parola nei rapporti tra la direzione dei Meridiani e lo studioso in questione. Il mio compito, come curatore del volume, è stato quello di indicare alla Mondadori qual è oggi, nel complesso, il miglior testo in circolazione dei dialoghi filosofici italiani, suggerendo di utilizzarlo nel Meridiano. Sta qui la moralità del curatore. I rapporti fra case editrici o fra "autori" e case editrici non sono, invece, di sua competenza; così come non è di sua competenza intervenire sul problema dei diritti degli editori di testi critici. È una cosa che dovrebbero comprendere tutti, senza difficoltà, anche i "putti abbecedari" (direbbe Bruno).
       Sul punto in questione, mi limito a fare solamente due osservazioni. La prima riguarda il problema
assai complesso del rapporto tra "autore" ed "editore critico". L'editore come, su un altro piano, il restauratore di un quadro svolge una funzione decisiva, non c'è alcun dubbio: senza il loro lavoro il testo, e il quadro, sarebbero tutt'altra cosa. Ma sia l'editore che il restauratore appartengono alla storia, alla fortuna di un'opera: non s'identificano sostanzialmente con l'autore del testo o del quadro. Se non si capisce questo, non si intende che cosa sia un'edizione critica. Le edizioni critiche sono mezzi, non fini; sono strumenti di lavoro per nuovo lavoro, se necessario. E come tutti i lavori sono migliorabili, perfettibili (o anche peggiorabili, naturalmente). E dico questo senza voler sminuire il lavoro di Aquilecchia, del quale è giusto sottolineare il valore, al pari di quelli del Lagarde e del Gentile tutti, e ciascuno, momenti essenziali della storia e della fortuna dell'opera di Bruno fra la fine del secolo scorso e il Novecento. Vale la pena di ribadire un'affermazione ovvia, ma forse utile in una polemica come questa: nel Meridiano ho pubblicato, rivedendoli in alcuni casi, testi di Bruno editi criticamente da Aquilecchia; non ho pubblicato testi di Aquilecchia. Né si capisce a quale titolo, e perché, Aquilecchia, del quale si fa esplicitamente il nome nella Nota sui testi, avrebbe potuto o dovuto impedire una pubblicazione che, nel nostro paese, ha avuto, oltre tutto, il merito di mettere a disposizione di un pubblico vasto di lettori l'intero corpus dei dialoghi volgari di Bruno, nell'occasione del quarto centenario della morte. Personalmente, pensavo e continuo a pensare che uno studioso di Bruno dovrebbe essere solamente lieto per una circolazione delle opere del Nolano così ampia come quella realizzata dal Meridiano.
       E vengo alla seconda osservazione. Se dal punto di vista legale non ci sono diritti sui testi critici, non alcun ha senso porre la questione in termini morali, contrapponendo "moralità" e "legalità", facendo finta di dimenticare che, in Italia, questa è la legislazione. Se invece si pensa che la nostra legislazione offra altre possibilità, è su questo terreno che occorre mantenere la questione. È puramente pretestuoso, invece, autocostituirsi in una sorta di Tribunale dell'Inquisizione, arrogandosi il diritto di esprimere censure di ordine morale. C'è qualcosa di inquietante in tutto questo, qualcosa che allude
in trasparenza alla crisi, se non alla caduta, del valore "universale" della legge. Capisco bene, naturalmente, la complessità dei meccanismi economici, e intendo i problemi che si pongono oggi alle grandi (e alle piccole) case editrici, chiamate a confrontarsi su mercati europei, se non addirittura mondiali. Non mi scandalizzo per questo a patto che non siano confusi il "diavolo" e l’"acquasanta".


I "Furori" delle Belles Lettres

       Vengo ora alla seconda critica, quella di "peggioramento" del testo, che riguarda, essenzialmente, i Furori, l'unico testo in cui siamo intervenuti in modo più consistente. È di questo dialogo che occorre dunque parlare, per motivare le scelte fatte da me e da Nicoletta Tirinnanzi; le quali sono tutte scaturite lo dico subito da una constatazione precisa: nell'ambito dell'edizione delle Belles Lettres, i Furori sono il dialogo meno soddisfacente dal punto di vista ecdotico. È una constatazione che a livelli diversi riguarda: a) la nota filologica; b) la costituzione del testo (sulla quale mi soffermerò nel prossimo paragrafo); c) il rapporto tra testo e traduzione. È per questo che siamo intervenuti: per questo, non per altro. E dal momento che Aquilecchia si è molto lamentato, sostenendo che i nostri interventi hanno peggiorato e non migliorato il suo lavoro, devo chiedere al lettore di avere la pazienza di seguirmi nei (pochi) esempi che farò, per giudicare del valore di questa affermazione.
       Comincio dal punto a), la nota filologica premessa da Aquilecchia alla sua edizione dei Furori pubblicata dalle Belles Lettres. A p. CXXVI, Aquilecchia dichiara di aver corretto a p. 103, linea 19, il testo dell'editio princeps (Parigi, appresso Antonio Baio [ma: Londra, John Charlewood], 1585), sosotituendo "allegro" con "triste". Ma se si legge l'edizione delle Belles Lettres, si vede che non è stata fatta alcuna correzione, come si può constatare dal confronto che segue:

In cotal modo chi é minimamente contento
et minimamente allegro, è nel grado
della indifferenza,
[testo della princeps]
In cotal modo chi è minimamente contento
et minimamente allegro, è nel grado della
indifferenza,
[testo Belles Lettres]

        Ancora, a proposito di incongruenze: a p. CXXIII, Aquilecchia indica di aver mutato la dizione "o Licori" in "a Licori", dichiarando di rifarsi a una "correction de F. Tocco, reprise par S. Bassi dans son édition, Rome-Bari, Laterza 1985". Ora, tralasciando il fatto che il testo laterziano è uscito dieci anni dopo, nel 1995, nella sua edizione la Bassi non fa alcun cenno a questa "correzione", tanto meno fa il nome di Tocco, del quale tiene conto in altri casi debitamente segnalati nel commento, ma soprattutto non apporta correzioni alla princeps, mantenendo la distinzione "o Licori", come si può facilmente vedere dal testo ora citato:

son simili ai sentimenti de coloro
che parlarono a Citereida, o Licori,
a Dori, a Cintia ...
[testo Bassi, p. 6]
son simili a i sentimenti de coloro
che parlarono a Citereida, a Licori,
a Dori, a Cintia ...
[testo Belles Lettres, p. 15]

      In breve: la fonte cui Aquilecchia dice di far riferimento per questa correzione, non esiste; né si capisce, letteralmente, da dove abbia potuto cavare questa attribuzione.
       Non è l'unico luogo in cui Aquilecchia dà prova di una certa imprecisione. Infatti, egli non dà conto di una integrazione
un non (a mio avviso sbagliato, come dirò nel prossimo paragrafo) effettuata in un luogo teoricamente assai importante: "...il sapiente [non] si muta con la luna, il stolto si muta come la luna", corregge, d'accordo con Gentile, Aquilecchia. Dar conto di questa integrazione sarebbe stato richiesto sia da un generale criterio di coerenza; sia dal fatto che in un caso del tutto analogo una integrazione di Firpo, di cui più avanti parleremo Aquilecchia ritiene necessario segnalare l'intervento. Per la precisione, si tratta di una integrazione effettuata da Giovanni Gentile addirittura nel 1908, cioè nella prima edizione del suo testo dei Furori con una presa di distanza esplicita sia dalla princeps sia dall'edizione Lagarde, le quali, come al solito, procedono di pari passo: "il sapiente non si muta con la luna, il stolto si muta come la luna" corregge, appunto, Gentile, novantun anni prima di Aquilecchia. A meno di non ritenere o che Aquilecchia abbia considerato quello gentiliano un intervento filologicamente non "pertinente", essendo questo il criterio al quale, nella nota filologica, egli dichiara di attenersi: "Il n'a été fait référence à des précedents éditions des Fureurs héroïques que lorsque c'était philologiquement pertinent". O che trattandosi dell'edizione Gentile da lui stesso rivista nel 1958 egli abbia pensato di non dover dar conto di quella integrazione: il che è inaccettabile, restando Gentile l'autore di quella edizione. Inaccetabile e del tutto insostenibile (aggiungo) - da parte di Aquilecchia, alla luce dell'attuale polemica.
       Non insisto su questo: osservo invece che, in vari casi, risultano sbagliate anche le indicazioni delle righe delle pagine in cui Aquilecchia dichiara di essere intervenuto per eliminare o lapsus dell'autore o refusi tipografici ("fautes typographiques"). Qualche esempio: p. 9, "mal'anni" è corretto "malanni" a riga 10, non 11; p. 13, "del sel-/ue" è corretto "de le selve" a righe 10-11, non 20-21; p. 45, "christini" è corretto "cristiani" a riga 1, non 3...
       E vengo ora al punto c), concernente il rapporto tra testo e traduzione; in altre parole, la coerenza generale del volume.
       Dico subito quello che cercherò di dimostrare: nei Furori delle Belles Lettres testo e traduzione non procedono allo stesso passo. E questo per un motivo preciso: la traduzione francese utilizzata è quella, classica, di Paul-Henri Michel, sottoposta a revisione da Yves Hersant. È già curioso che, presentando il dialogo di Bruno in un nuovo testo critico, si utilizzi una vecchia, per quanto gloriosa traduzione (che faceva a sua volta riferimento ad un diverso testo critico pubblicato negli anni Cinquanta). Ma poiché si dichiara di averla sottoposta a "revisione" ci si aspetterebbe, almeno, che testo e traduzione fossero stati messi in relazione, soprattutto nei punti che il nuovo editore ritiene così nuovi ed importanti da segnalarli nella nota filologica. Mi si potrebbe obiettare che Aquilecchia è responsabile solo del testo critico, e che in questo modo intendo spostare il terreno della discussione. Ma è un'obiezione insensata: a meno di non sostenere o che testo originale e traduzione
per quanto messi a fronte sono universi separati, anzi non comunicanti, reciprocamente indifferenti, come pensava nel Cinquecento Peretto Mantovano (secondo Sperone Speroni): e questo sarebbe oggi, letteralmente, privo di senso; o, addirittura, che Aquilecchia non si è preoccupato di controllare la traduzione del suo testo critico: e data la serietà e professionalità dello studioso sarebbe, certo, un'affermazione azzardata.
       Vediamo dunque come si configura, nel volume delle Belles Lettres, il rapporto tra testo e traduzione.
       A p. 69, riga 10, riprendendo una proposta di integrazione di Firpo (alla quale sopra si è fatto riferimento), Aquilecchia introduce un non che non trova alcun riscontro nella traduzione francese:

o perché non osservano la consuetudine
di far l'invocazione, o perché intesseno una
istoria o favola con l'altra,
o perché [non] finiscono gli canti...
ou parce qu'ils n'observent pas l'usage de
l'invocation, ou parce qu'ils entrelacent
une histoire avec une autre, ou parce
qu'ils terminent leurs chants...

       Ancora: a pag. 15, linee 20-21, Aquilecchia propone, rispetto alla princeps, la seguente correzione:

son simili à i sentimenti de coloro che
parlarono a Cithereida, ó Licori, à Dori, a Cintia .
[testo della princeps]
son simili a i sentimenti de coloro che
parlarono a Citereida, a Licori, a Dori, a Cintia
[testo Belles Lettres]

      Mantenedo la lezione del Michel, la traduzione è, invece, questa: "ces pièces ne différeront pas de celles que d'autres adressent à Cythéréide ou Licoris, à Doris, à Cinthia, à Lesbie, à Corinne, à Laure...". In breve, il lettore francese ha sotto gli occhi una traduzione basata su un testo diverso da quello stabilito da Aquilecchia.
       Un esempio conclusivo: a pag. 364, Aquilecchia interviene sulla princeps, eliminando il nome di Cesarino, ritenendo, giustamente, che sia sempre lo stesso interlocutore a parlare; nella traduzione a fronte non solo il nome di Cesarino è mantenuto, ma si salta addirittura un rigo, per significare che è un nuovo interlocutore che interviene nella discussione:

che cosa più stolta che dolere per cosa
futura, absente, e la qual presente non si sente?
- Queste son considerazioni su la superficie a l'istoriale de la figura.

Est-il rien de plus déraisonnable que de souffrir
d'une chose future, absente et qui, présente,
n'est pas sensible?

CESARINO. Ces considerations visent l'aspect superficiel de la devise, la figure historiée.


Alcune proposte di "correzione"

       I Furori pubblicati dalle Belles Lettres sono, dunque, da molti punti vi vista, un volume "non finito": perciò siamo intervenuti. Per quanto riguarda specificamente il testo sul quale vorrei dire ora qualche cosa basterebbe fare un confronto tra il testo dei Furori stampato da Aquilecchia presso le Belles Lettres e il testo uscito pochi mesi prima, sempre a suo nome, in un Cd dedicato a Bruno per constatare quante differenze ci siano fra l'uno e l'altro; per capire, insomma, come si trattasse di un lavoro ancora in fieri, per alcuni aspetti, quando è stato pubblicato. Né sarò certo io a scagliare la prima pietra, consapevole come sono sia delle particolari difficoltà che si trovano ad affrontare in genere gli studiosi di Bruno, sia delle possibilità che anche nel Meridiano da me curato vi siano refusi.
       Comunque, quando ci è stato proposto di pubblicare e, in modo particolare, di commentare i dialoghi filosofici italiani di Bruni, abbiamo scelto di usare il testo di Aquilecchia, essendo nel complesso il migliore oggi disponibile. Al tempo stesso abbiamo ritenuto opportuno introdurre delle correzioni, quando questo ci è sembrato necessario. È un procedimento del tutto legittimo: ci siamo comportati allo stesso modo in cui si è comportato il direttore delle Belles Lettres, Segonds, stampando Le procès di Giordano Bruno nell'edizione Firpo, e operando correzioni nei luoghi in cui ha ritenuto che fosse opportuno.
       Sulla nostra scelta di intervenire sul testo dei Furori, si è invece molto strolongato, facendo finta di stupirsi per la rapidità della nostra esecuzione. Eppure quelli che studiano Bruno sanno che sia io che i miei allievi lavoriamo da anni al testo e al commento dei Furori, e sanno anche che su diversi punti, abbiamo dato molti contributi. È lo stesso Aquilecchia, del resto, che nella nota filologica fa riferimento, a più riprese, ai nostri studi.
       A pag. 157, righe 20-23, egli accetta ad esempio di restaurare due parentesi presenti nella princeps, ignorate perfino da Lagarde, per dare senso al discorso di Bruno intorno al rapporto tra intelletto e volontà. E cita giustamente l'edizione della Bassi che inserisce le parentesi nel testo, rinviando per spiegare il senso della integrazione all'Introduzione premessa al volume (a p. XXVI, per la precisione)
Introduzione che (lo dico a bassa voce) ho scritto io, anche se Aquilecchia, nella nota filologica, se ne dimentica, non se ne ricorda... Un lapsus freudiano, verrebbe da dire. Anzi, una sorta di premonizione, a vederla col senno di poi...
       Nell'edizione delle Belles Lettres Aquilecchia accetta, peraltro, altre correzioni sia mie che di miei allievi, pur non segnalandole nella nota filologica, giacché si tratta di una restaurazione della princeps: ad esempio, nel caso dello Spaccio sostituisce "vogliano" con "vogliamo", accettando tacitamente una mia proposta del 1985; nel caso dei Furori sostituisce "dolce amato" con "dolce amaro", seguendo, in questo caso, una correzione fatta dalla Bassi.
       È sulla base di questo lavoro
e non per un raptus dell'immaginazione che siamo dunque intervenuti nel testo di Bruno (e vengo al punto b), differenziandoci da Aquilecchia in due luoghi, a nostro giudizio, importanti.
       Nel primo abbiamo corretto la princeps, accettando un suggerimento di S. Bassi nella sua edizione dei Furori, che anche Aquilecchia - come abbiamo visto
dichiara di apprezzare nella nota filologica, senza trarne le necessarie conseguenze sul piano testuale:

In cotal modo chi è minimamente contento e
minimamente allegro, è nel grado della
indifferenza...
[testo Belles Lettres, p. 221]

In cotal modo chi è minimamente contento
e minimamente triste, è nel grado della
indifferenza...
[testo Meridiano, p. 798]

       È una correzione del tutto convincente, tenendo conto di quanto Bruno aveva fatto dire poche righe sopra a Cicada: "Come non fai due contrarie qualitadi dove son doi affetti contrarii? perché, dico, intendi, come due virtudi, e non come un vizio et una virtude, l'esser minimamente allegro, e l'esser minimamente triste?"
       Nel secondo abbiamo restaurato la princeps, accogliendo anche in questo caso un suggerimento di S. Bassi, a differenza di Aquilecchia che, come si è visto sopra, segue Gentile:

Perché gli par degno d'apportar raggione della
sua costanza, atteso che il sapiente [non] si muta con la luna, il stolto si muta come la
luna.

Perché gli par degno d'apportar raggione della
sua costanza, atteso che il sapiente si muta
con la luna, il stolto si muta come la luna.

[testo Belles Lettres, p. 221]

[testo Meridiano, p. 847]

       Si tratta infatti, anche in questo caso, di una correzione ineccepibile: "L'anima del sapiente ha annotato, con precisione, la Bassi - assomiglia alla Luna non in quanto essa varia ai nostri occhi (quella è l'anima dello stolto che muta come la Luna) ma in quanto riceve sempre uguale porzione dallo splendore solare in sé. Muta con la Luna perché sempre si rinnova per la conversione continua che fa al Sole".
       In un altro caso
e su un piano diverso abbiamo restaurato la princeps, recuperando una porzione di testo e ridando senso a un luogo che, nella edizione delle Belles Lettres, diventa incomprensibile:

CICADA. Che significa qua quella mosca
che vola fiamma e sta quasi quasi per bruggiarsi,
e che vuol dir quel motto: HOSTIS, NON
HOSTIS?
[testo Belles Lettres, p. 221]

CICADA. Che significa qua quella mosca che
vola circa la fiamma e sta quasi quasi per bruggiarsi, e che vuol dir quel motto: Hostis
non hostis?
[testo Meridiano, p. 846]

      Non abbiamo fatto ulteriori correzioni, anche se c'era spazio per altri interventi (non sono persuaso ad esempio che "aggradir" debba essere corretto con "aggrandir", come propone Aquilecchia). Ci siamo tenuti all'essenziale, semplificando naturalmente, quando sia stato possibile tenendo anche conto del pubblico (colto, ma non di specialisti) cui si rivolge il Meridiano:
       Nel caso del dialogo tra Filenio e il Pastore, Aquilecchia ha restaurato, ad esempio, diplomaticamente, la princeps (come aveva già fatto
e si capisce Lagarde), ma ne è risultato un testo di ardua lettura:

F.

P.

F.

P.

F.

Pastor. Che vuoi?

Che fai?

Doglio. Perché?

P. Perché non m'ha per suo vita, né morte.

F.

P.

F.

P.

F.

Chi fallo? Amor.

Quel rio?

Quel rio. Dov'è?

P. Nel centro del mio cor se tien sì forte.

Ma in questo caso il rispetto un po' meccanico della "impaginazione" cinquecentesca del testo ha a che fare non tanto con uno scrupolo filologico, quanto, piuttosto, con quello che Gianfranco Contini chiamava "filologismo". A differenza di Aquilecchia, abbiamo perciò preferito dare il testo in una disposizione grafica diversa, cioè scalando le battute, secondo una prassi editoriale consueta in casi simili, per facilitare al lettore il compito di seguire il dialogo:

FILENIO      Pastor.
PASTORE           Che vuoi?
FILENIO                  Che fai?
PASTORE                       Doglio.
FILENIO                                 Perché?
PASTORE    Perché non m'ha per suo vita, né morte.
FILENIO     Chi fallo?
PASTORE          Amor.
FILENIO                  Quel rio?
PASTORE                       Quel rio.
FILENIO                                Dov'è?
PASTORE    Nel centro del mio cor se tien sì forte.

       Abbiamo, poi, eliminato gli asterischi che Aquilecchia mantiene per segnalare la presenza nei Furori di una serie di "fregi" che accompagnano il testo, ritenendo che simili indicazioni non siano direttamente connesse con la costituzione e la comprensione del testo. È vero che, nella nota filologica, Aquilecchia fa riferimento alle "frises tipographiques" per definire quelli che lui chiama sonetti "primari". Ma i fregi - e questo è un fatto - racchiudono forme metriche di tipo diverso, non solo il sonetto: ad esempio, la "canzone" finale dei "nove illuminati". Del resto, la stessa traduzione francese annulla gli asterischi, dissolvendo la distinzione stabilita da Aquilecchia (neppure nella identificazione dei sonetti "primari" c'è concordanza tra editore e traduttore; ma questo non stupisce più di tanto, salvo confermare quello che si è già detto sul doppio registro del volume: testo da un lato; traduzione dall'altro). È assai più probabile che i fregi inseriti nel testo siano, in generale, utilizzati per segnalare la differenza tra composizioni poetiche commentate e composizioni poetiche non commentate, ma citate per supporto. Né è escluso che essi possano risalire addirittura a Bruno, il quale, come si sa, lavorava in tipografia, intervenendo sui propri testi fino all'ultimo momento. Ma allo stato degli atti non abbiamo alcuna testimonianza che avvalori questa tesi. In conclusione, quei fregi, a nostro avviso, riguardano soprattutto la storia dell'arte tipografica e dell'editoria inglese della seconda metà del Cinquecento: perciò, o si riproducono integralmente; o si eliminano, non essendo decisivi dal punto di vista della comprensione del testo in quanto tale. E così abbiamo fatto. Semmai, anche dal punto di vista del problema posto da Aquilecchia, potrebbe essere opportuno fare una ricerca sistematica sui volumi pubblicati da Charlewood, e vedere se adopera in altri casi questo tipo di fregi (come a noi pare), e in quali contesti.
        Ci siamo distaccati da Aquilecchia su un altro punto: sulla diversa indentatura di alcuni dei sonetti "primari" che Aquilecchia ha ripristinato desumendola dalla editio princeps (ove si staccano i primi otto versi dai quattro successivi e poi dai due finali)
nell'ipotesi che ciò rispecchi una concezione del sonetto peculiare di Bruno. Ma come per i fregi, si tratta anche in questo caso, a nostro giudizio, di un problema aperto. È possibile, naturalmente, che nelle scelte del Nolano abbia agito l'influenza della metrica elisabettiana, cosa di cui Aquilecchia si dice convinto. E può essere una proposta interessante vedere in questa originale indentatura una sottolineatura della peculiare struttura di quei sonetti di Bruno, costruiti con una ottava narrativa in luogo della sirma. Ma non è stata mai identificata dagli specialisti, né è registrata nei manuali di metrica. Tenendo conto di questo e del pubblico al quale si rivolge il Meridiano ci è parso più prudente tenerci fermi alla tradizione ecdotica più consolidata, accettando la scelta fatta da Gentile e riconfermata, d'accordo con me, nel 1955 dalla Bassi e nel 1999 dalla Tirinnanzi.
       In alcuni casi,  siamo poi, intervenuti, sulla punteggiatura, per rendere il testo più fluido e scorrevole. Del resto, basta mettere a confronto la punteggiatura dell'edizione della Cena, edita da Aquilecchia nel 1955 per Einaudi e il testo dell'edizione delle Belles Lettres per vedere quanto cammino egli stesso abbia fatto su questa questione, scegliendo, col tempo, una punteggiatura meno legata meccanicamente alla stampa originale.
       Qualche esempio, per dare il senso del lavoro fatto: nelle testatine di tutti i nove sonetti del quinto dialogo della seconda parte, accettando la soluzione proposta dalla Bassi, abbiamo eliminato la virgola tra il sonetto e il verbo:

Il primo, cantava e sonava la citara in questo
tenore:
[testo Belles Lettres, p. 481]

Il primo cantava e sonava la citara in questo
tenore:
[testo Meridiano, p. 956]

       Ancora: nel primo dialogo della seconda parte siamo intervenuti con un punto fermo per evitare che tutto il periodo suonasse interrogativo, mentre l'interrogazione è legata al solo motto citato da Bruno:

Veggiamo appresso che voglia dir quella
ardente saetta circa la quale è avolto
il motto: CUI NOVA PLAGA LOCO?
[testo Belles Lettres, p. 355]

Veggiamo appresso che voglia dir quella ardente saetta circa la quale è avolto il motto: Cui nova plaga loco?.
[testo Meridiano, p. 905]

       Concludendo: entrambe le critiche che mi sono state rivolte e che ho citato all'inizio sono senza fondamento.
       L'espressione usata nella Nota sui testi
nella quale ho precisato di avere assunto quello di Aquilecchia come "testo di riferimento" descrive precisamente il lavoro fatto: abbiamo fedelmente pubblicato il suo testo quando siamo stati convinti delle scelte operate; siamo intervenuti quando non le abbiamo condivise, sulla base di un lavoro che stiamo facendo da anni. Ma, a proposito di questo, e della critica che ci è stata rivolta di aver proceduto in fretta, non posso non segnalare al lettore una perla anzi, un piccolo giallo. Nel frontespizio di alcuni esemplari (non so quantificare) dei Furori pubblicati dalle Belles Lettres il nome di Aquilecchia non compare: è letteralmente sparito. La formula che si ritrova in tutti gli altri volumi "Texte établi par Giovanni Aquilecchia" è stata, infatti, incollata, in un secondo momento, con una specie di "pecetta" bianca sovrapponendola ai nomi dell'autore delle note (Miguel Angel Granada), del traduttore (Paul-Henri Michel) e del revisore della traduzione (Yves Hersant): nomi i quali, a loro volta, nella "pecetta" sono stati risistemati accanto al nome di Aquilecchia. Da quale pulpito, in questo caso, ci è venuta la predica! Posseggo una copia sia degli esemplari mutili del nome dell'editore critico, sia di quelli con l'aggiunta del nome di Aquilecchia, fatta in extremis, evidentemente, quando le prime copie del volume erano già andate in libreria. Le conservo entrambe perché si tratta di reperti assai rari (almeno nel nostro secolo). Ma sorprende, e veramente dispiace, che una casa editrice come Les Belles Lettres, così meritoria nel campo dei classici greci, latini e rinascimentali, abbia dovuto, pur di tagliare il prima possibile il traguardo della stampa, ricorrere a un simile espediente.
       Aquilecchia si lamenta invece con me per altre tre cose, tanto singolari quanto rivelatrici di uno stato d'animo un po' curioso, da campo assediato (verrebbe da dire):

a) per il fatto che, nei miei lavori, io non citerei la sua edizione;
b) perché nella nota bibliografica del Meridiano abbiamo citato il volume delle Belles Lettres fra le traduzioni e non fra le edizioni di Bruno;
c) perché non abbiamo pubblicato una tavola degli interventi fatti e delle correzioni.

       Sul primo punto ho poco da dire: ho citato l'edizione delle Belles Lettres quando è stato utile per il mio lavoro, nel quale mi giovo, normalmente, di tutte le edizioni critiche disponibili da quella di Lagarde a quella di Gentile (rivista nel '58 da Aquilecchia), sulla quale si basa il mio Lessico di Giordano Bruno.
       Per quanto riguarda il secondo punto, osservo che abbiamo citato tutti i volumi delle Belles Lettres nel luogo più consono
e solenne (mi verrebbe da dire) , cioè nella Nota sui testi; mentre nella bibliografia li abbiamo citati nel paragrafo dedicato alle traduzioni, senza citarli nuovamente, a distanza di due pagine sarebbe stata la terza volta fra le edizioni, visto che abbiamo dichiarato, esplicitamente, di averli assunti come "testo di riferimento" del nostro lavoro. Come si possa pensare a una nostra volontà di occultare il suo lavoro di editore, non mi riesce di intendere; né mi riesce di capire perché Aquilecchia sia così ossessionato dall'idea che io voglia cancellare le tracce dell'edizione di Bruno promossa dalle Belles Lettres. Mi permetto di ricordare che all'impresa delle Belles Lettres ho collaborato, direttamente, scrivendo nel 1996 l'Introduzione al De la Causa. E aggiungo che conosco la differenza tra "machiavellismo di Machiavelli" e "machiavellismo di Stenterello". Se proprio è necessario, cerco di frequentare il primo, non il secondo.
       A proposito del terzo punto, osservo che esso conferma l'equivoco di fondo che è alla base di questa querelle.
Il Meridiano non è uscito in una collana dell'Accademia della Crusca o dell'istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento. Non vuole, in alcun modo, presentare una nuova edizione critica dei dialoghi di Bruno; non si rivolge a un pubblico di specialisti, interessati alle tavole di cui lamenta l'assenza Aquilecchia; non ha alcuna specifica ambizione in campo ecdotico. Questo Meridiano mira a un pubblico vasto, al quale interessa poter disporre soprattutto di un ampio commento, di una cronologia della vita di Bruno, di una nota bibliografica, di un Indice-lessico assai vasto... Ed è appunto questo che abbiamo fatto, pubblicando mi sia lecito dirlo un commento che per ampiezza e complessità non ha paragoni (almeno) in Italia: cinquecento fittissime pagine, che si aggiungono alle novanta dell'Indice-lessico, alle trenta della cronologia, alle venticinque della nota bibliografica, alle settanta dell'Introduzione. Nel Meridiano è confluito un lavoro massiccio, frutto di molti anni di ricerche, apprezzato, bisogna dire, dal pubblico al quale aveva scelto di rivolgersi, se è vero come è vero che in tre mesi ne sono state stampate tre edizioni. È di questo, penso, che si sarebbe dovuto parlare, discutendo dei caratteri e degli obiettivi del lavoro, chiedendosi se è riuscito effettivamente a raggiungerli... Resta dunque da capire perché si sia accesa una discussione così vivace intorno a un falso obiettivo, suscitando una specie di scandalo.


Il "segreto" della storia

         C'è anzitutto un punto da osservare: il 2000 è l'anno del quarto centenario della morte di Giordano Bruno evento che può scatenare, di per sè, tensioni, conflitti, aspre polemiche, per quello che il Nolano ha sempre rappresentato e, ancora oggi, continua a rappresentare. In un modo o nell'altro i centenari bruniani sono stati sempre occasione di scontri, dissidi, discussioni arroventate: da questo punto di vista, nihil sub sole novi, direbbe Bruno.
       Ma in questa polemica è intervenuto un fatto specifico sul quale vale la pena di richiamare l'attenzione. Pur coinvolgendo studiosi italiani, la polemica è stata accesa a Parigi, e da Parigi è rimbalzata in Italia, finendo, addirittura, sui quotidiani. È un punto su cui riflettere: quando le discussioni di ordine scientifico, attraverso sollecitazioni ben orchestrate, vengono enfatizzate su giornali ad altissima diffusione, vuol dire che qualcosa di profondo non funziona, che non si tratta più di "scienza", che altre cose sono in questione. 
       Mi limito a due constatazioni. La prima: la pubblicazione di questo Meridiano è stata l'occasione di una sorta di inquietante "intossication", che non giova agli studi, qualunque autore ne sia l'oggetto. La seconda: in tutto questo le Belles Lettres hanno giocato un ruolo importante, anzi, di primissimo piano. Né è difficile capirne i motivi.
       È fin dai primi anni Novanta che la casa editrice francese sta cercando di conquistarsi una sorta di "monopolio" degli studi su Bruno, in Europa e nel mondo, facendosi promotrice di una nuova edizione critica delle opere del Nolano e di una loro nuova traduzione in lingua francese nel quadro, occorre aggiungere, di un programmatico spostamento del baricentro culturale ed economico di questi studi dall'Italia alla Francia. È per questo motivo che a Parigi
e non in Italia è stata scatenata una campagna scandalistica, chiamando a raccolta sia tutti i collaboratori dell'edizione francese sia tutti gli studiosi che, facendo capo ad essa, stanno cercando, in vari paesi d'Europa e del mondo, di promuovere traduzioni delle opere di Bruno. Dalla pubblicazione del Meridiano le Belles Lettres si sono sentite minacciate sul piano economico, su quello culturale, ed anche sul piano del prestigio, e hanno reagito con grande durezza. Ma questo a mio giudizio è il "segreto" di una storia in cui sono precipitati, fino ad esplodere, fortissimi interessi editoriali; "boria" nazionale; oltre a divergenze e contrasti che possono essere stati forse accentuati dalla ricorrenza del Centenario.
       Su tutta questa vicenda vorrei fare, in fine, un'osservazione. Personalmente, deploro molto il fatto che la discussione sul Meridiano dedicato a Bruno si sia bloccata intorno a questioni che, ad essere generosi, potrebbero definirsi di carattere ecdotico. Non che non abbia considerazione per la filologia: io stesso, insieme ai miei allievi, ho preparato una nuova edizione critica (nuovo testo critico, commento, traduzione italiana) delle opere magiche di Bruno, di imminente pubblicazione presso Adelphi. Ma il Meridiano vuole essere un'altra cosa: intende da un lato presentare una interpretazione del pensiero del Nolano, dall'altro determinare
l'ho già accennato quali possano essere, oggi, i rapporti tra noi e la "esperienza" filosofica di Bruno: se è vero come è vero che la grandezza di un classico è nella sua capacità di sporgere oltre le barriere del proprio tempo storico. Dispiace constatare che in questa polemica di tutto ciò si sia persa ogni traccia: Bruno è stato inchiodato a un contenzioso di carattere "filologico", addirittura "pedantesco", cioè a quanto di più estraneo alla sua personalità e alla sua opera vi sia. Per un filosofo che tutta la vita ha battagliato contro la pedanteria e i tanti Manfuri che ammorbano gli studi è stato un crudelissimo contrappasso. Ma si può fare di necessità virtù. Questa discussione ha infatti sollevato un punto di ordine generale che ci riguarda direttamente come storici della filosofia: quali sono, oggi, i rapporti tra "filologia"e "filosofia", tra "storiografia" e "filologia"? Come stanno, oggi, le cose su questo terreno? Questo sembra l'unico punto interessante che la polemica ha portato in luce, e del quale varrebbe la pena di discutere in senso generale. Mi permetto di fare una proposta: non potrebbe essere la "Rivista di storia della filosofia" ad aprire una discussione su questa materia?

 
Postscriptum

Due stili: "invettive" e argomenti

       Al momento di rivedere le bozze leggo sull'ultimo numero di "Belfagor" un articolo a firma di A.-Ph. Segonds, che si aggiunge a un'altra sua presa di posizione apparsa sul "manifesto" del 5 luglio del 2000, insieme a un nuovo intervento di Aquilecchia. Osservo, subito, due cose: in primo luogo, con poche variazioni, sono riproposti sempre gli stessi argomenti, ritornano sempre le stesse espressioni anche sul piano stilistico, quasi che dietro i vari interventi ci fosse un'unica, invisibile mano di smithiana memoria; in secondo luogo, la polemica è, ormai, definitivamente degenerata, fino a scadere, nel grottesco (in senso tecnico). Mi riferisco in modo particolare agli articoli a firma di Segonds nei quali si intrecciano e si confondono in una vera e propria invectiva valutazioni di ordine scientifico e giudizi di ordine strettamente personale, in una sorta di processo sommario condotto con metodi tribali, un po' lontani (mi pare) dal Codice civile di Napoleone. Processo, va aggiunto, nel quale, oltre a me stesso sono stati coinvolti e questo è veramente singolare anche miei allievi, l'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, il Comitato Nazionale per le celebrazioni di Bruno, e quant'altro sia caduto sotto la penna dei miei critici...
       Come al solito, su questo terreno (almeno qui) non intendo scendere, tenendo fede allo stile che ho fin dall'inizio scelto di seguire. Anche in questo postscriptum mi atterrò dunque, strettamente, ai fatti, sviluppando una serie di argomenti.

Tramonto della "questione" legale

       Constato anzitutto una cosa cha accolgo con soddisfazione: nell'articolo a firma Segonds uscito sul "manifesto" si afferma che le "Belles Lettres" non mi hanno mai "contestato...l'utilizzazione dei testi critici" stabiliti da Aquilecchia. Se si tiene conto che è su questo terreno che è stato inizialmente montato lo scandalo, e che su "la Repubblica" sono stato accusato addirittura di "pirateria legale", non posso non constatare che si è fatto un bel passo in avanti, sgombrando il terreno da un problema inesistente. Soprattutto è un riconoscimento che contribuisce a far valutare nel modo più opportuno anche le altre critiche che continuano, imperterriti, a rivolgermi.

Invenzione di una "sequenza" cronologica

       Per sostenere le loro critiche di ordine "professionale", Segonds e Aquilecchia continuando volutamente a confondere responsabilità dell'editore (in questo caso la Mondadori) e responsabilità del curatore (cioè mie) propongono una curiosa sequenza cronologica, al fine di spiegare gli "errori" che io avrei compiuto nel mio lavoro.
       Provo a riassumerla schematicamente: a) fino al 14 dicembre del 1999, il testo dei dialoghi in corso di stampa, sarebbe stato, integralmente, quello stabilito da Aquilecchia; b) in seguito al mancato accordo fra Aquilecchia e Renata Colorni, Direttore dei Meridiani (risalente al 20 dicembre)
io, d'intesa con la Mondadori, avrei cominciato a mettere le mani sul testo per cambiarlo e poterlo pubblicare, nonostante il "veto" di Aquilecchia c) in dieci giorni, come Minerva dalla testa di Giove sarebbe stata sfornata una nuova edizione critica di Bruno, naturalmente assai peggiore di quella costata ad Aquilecchia cinquanta anni di fatica, della quale io mi sarei presentato come autore; d) l'espressione "testo di riferimento" da me usata in rapporto al testo di Aquilecchia sarebbe servita a coprire il mio lavoro di occultamento, di assorbimento del testo in questione: in altre parole, per tenere in vita il "mostro" partorito tra Natale e Capodanno. Sembra la sequenza di un bel libro giallo, entro cui la data del 20 dicembre assume valore catartico: peccato che sia tutta sbagliata.

Errori, refusi, computer

       Alla base della sequenza appena vista c'è, anzitutto, il convincimento che gli "autori" lavorino al guinzaglio degli "editori", identificandosi totalmente con i loro tempi e le loro strategie. Sono dunque costretto a fare, subito, una precisazione. I miei rapporti con la Mondadori si sono limitati, strettamente, a questo: ho segnalato all'editore qual era, a mio giudizio, il miglior testo disponibile dei dialoghi di Bruno, suggerendo di utilizzarlo. Trovato l'accordo, io e i miei collaboratori ci siamo messi al lavoro, senza che ci fossero mai, in alcun momento, interferenze reciproche. Da questo punto di vista la data del 20 dicembre del 1999 nella quale Aquilecchia vede la chiave di volta del giallo, per il mio lavoro non ha avuto alcun significato. Abbiamo lavorato in una condizione di totale autonomia, completando nelle prime settimane di dicembre le varie parti del volume (introduzione, testo, commento, nota biografica, bibliografia, indice-lessico...): impegno assai ampio, frutto chiunque lo capisce di una lunga consuetudine con i testi di Bruno.
       Nel testo che abbiamo pubblicato, Aquilecchia sostiene di aver individuato centotrenta errori, sessantacinque nei primi 5 dialoghi, sessantacinque negli Eroici Furori. Risponderò, anche in questo caso, attenendomi ai fatti, discorrendo anzitutto, come fa Aquilecchia, dei primi cinque dialoghi.
       Il fatto è questo: nei primi cinque dialoghi, oltre ad eliminare refusi, noi siamo intervenuti sul testo una sola volta, nella "epistola proemiale" al De infinito. Su questo, non c'è altro da aggiungere. So bene anche io come Aquilecchia sia "sedulo, industre, zelante, fleissing, diligentissimo" (per riprendere espressioni del nostro più grande filologo); ma per me resta un mistero come egli sia riuscito a individuare sessantacinque errori, a meno che egli non intenda riferirsi a interventi di carattere strettamente e tecnicamente redazionale: penso, ad esempio, alla scelta di non introdurre alcun segno di interpunzione tra i nomi degli interlocutori (in maiuscoletto) e le loro battute (in tondo). Intervento senza alcun significato dal punto di vista ecdotico e interpretativo, come è dimostrato dal fatto che su questo punto la stessa edizione delle "Belles Lettres", nella Cena e nella Causa, presenta a questo proposito due soluzioni diverse. Attendo, naturalmente, di vedere le prove delle affermazioni di Aquilecchia. Ma essendo intervenuto una sola volta in quei cinque testi, mi pare legittimo pensare che si tratti, al più di "refusi": anzi di "banali refusi", come Aquilecchia definisce gli "errori" quando è lui a sbagliare. Tornando al punto da cui sono partito, la sequenza cronologica stabilita dai miei critici per quanto riguarda i primi cinque dialoghi è, dunque, destituita di ogni fondamento.
       A differenza dei primi cinque dialoghi, sui Furori - come abbiamo già detto e ridetto
abbiamo fatto vari interventi. Ho già spiegato per quali motivi, e su quali punti, siamo intervenuti, assai prima è appena il caso di dirlo - del 20 dicembre, quando, secondo il testo a firma di Aquilecchia, avremmo cominciato a peggiorare l'edizione delle Belles Lettres. Le nostre correzioni più importanti risalgono, infatti, all'edizione dei Furori curata dalla Bassi nel 1995 e, prima ancora, a un suo intervento a un Convegno londinese del 1994 (De gli eroici furori: alcuni problemi di critica testuale, ora in Giordano Bruno 1583-1585. The English Experience/L'esperienza inglese, a cura di M. Ciliberto e N. Mann, Firenze 1997).
       Certo, lo so anch'io: il testo critico dei Furori è stato stampato a Parigi, solo un mese prima, nel novembre del '99. Ma, a questo proposito, osservo due cose: a) il testo critico stabilito da Aquilecchia era già consultabile da vari mesi in un Cd-rom sulle opere di Bruno uscito a cura di uno dei Direttori della edizione di Bruno delle "Belles Lettres", v. supra, p. 240, n. 11 (da ora in poi A1); b) il testo critico stampato nel Cd-rom, proprio nei punti più importanti nei quali siamo intervenuti, presenta le stesse lezioni del testo a stampa pubblicato dalle "Belles Lettres" (da ora in poi A2). Mi limito a fare un solo esempio, concernente una integrazione, a mio avviso, sbagliata di Aquilecchia (cfr. supra, p. 241):

"il sapiente [non] si muta con la luna
(A1, p. 219)

"il sapiente [non] si muta con la luna
(A2, p. 221)

       Fra il testo del Cd-rom, uscito mesi prima, e quello delle Belles Lettres, uscito a novembre, non c'è, come si vede, alcuna differenza, come del resto è specificato nella stessa nota che accompagna il Cd-rom. Differenze vi sono, e sono ben individuabili, ad esempio per quanto riguarda la punteggiatura o, nel caso specifico sottoindicato, l'omissione di un verbo: 

"mentre l'affetto il mezzo, e meta de la
de temperanza, tende a l'uno e l'altro estremo"
(A1, p. 105)

"mentre l'affetto lasciando il mezzo, e meta
e la temperanza, tende a l'uno e l'altro
estremo"  (A2 p. 107)

       Ma si tratta, appunto, di uno di quei casi in cui siamo intervenuti, cercando di rendere più scorrevole la pagina di Bruno, modificando A1, ma senza accettare la punteggiatura di A2:

"mentre l'affetto, lasciando il mezzo, e meta de
de temperanza, tende a l'uno e l'altro estremo"
(Meridiano, p. 800)

       Nel testo dei Furori pubblicato dal Meridiano, Aquilecchia sostiene di aver indivuduato 65 errori. Come ho già avuto modo di ricordare, a differenza dei primi cinque dialoghi, in questo caso noi siamo intervenuti più ampiamente, a due livelli: a) modificando, in alcuni casi, la punteggiatura del testo critico di Aquilecchia (questione quanto mai spinosa, se lo stesso Aquilecchia, a distanza di pochissimi mesi, adotta come si è appena visto soluzioni diverse nel Cd-rom e nel testo a stampa); b) eliminando, in tre casi sopra indicati, quelle che a nostro avviso erano "imperfezioni", che compromettevano il senso del testo (un termine "imperfezioni", da me usato nella nota sui testi , che ha letteralmente, e inspiegabilmente, mandato fuori dai gangheri i miei critici, quasi avessi compiuto un delitto di lesa maestà).
       Attendo, anche in questo caso, di vedere le prove delle affermazioni di Aquilecchia, per verificare se si tratta a) di errori (termine caro ad Aquilecchia, il quale discorre sempre di "errori", come se non fosse possibile, o lecito, avere i punti di vista diversi dai suoi); b) di diverse interpretazioni o soluzioni critiche, come ad esempio nel caso delle indentature dei sonetti e dei fregi tipografici, di cui abbiamo discorso sopra; c) di "refusi", come capita frequentemente nella pubblicazione dei testi di Bruno e come è accaduto anche nel testo pubblicato dalle "Belles Lettres": è stato lo stesso Aquilecchia a riconoscere che nel Meridiano sono stati eliminati trenta errori presenti nell'edizione "Belles Lettres".
       Ma tornando, anche qui al punto di partenza, la sequenza cronologica stabilita dai miei critici risulta, letteralmente, priva di senso, anche in rapporto ai Furori, come, ormai, dovrebbe essere chiaro al lettore che abbia avuto la pazienza di seguirmi. Abbiamo applicato, nel Meridiano, soluzioni che già avevamo proposto in varie occasioni. Non abbiamo lavorato al guinzaglio di nessuno e non abbiamo avuto bisogno di correre.
       Considerato però il clima da libro giallo in cui amano muoversi i miei critici, per alleggerire la fatica di chi legge mi piace riportare una "prova" oggettiva, degno di un buon giallista di tipo "induttivo": quella fornita dalla data impressa dal computer sulle prime bozze dei Furori inviatemi dalla Mondadori
risalente a vari mesi prima rispetto alla data fatidica indicata da Aquilecchia nelle quali risultano già inserite le principali correzioni che abbiamo fatto al testo del dialogo, e che, invece, secondo i miei critici, avremmo fatto solo fra Natale e Capodanno... Come direbbe il filosofo: forse solo i computers oggi ci possono salvare...
       Mi sia, però, consentito di fare un'altra osservazione, chiudendo su questo. Quando si lavora si può sbagliare, si sbaglia; come dice il detto popolare "chi va al mulino s'infarina" e nel Meridiano io posso avere fatto anche più "errori" di quanti Aquilecchia me ne attribuisce. Non è questa critica, dunque, che io considero inaccettabile; inaccetabile è sostenere che io abbia teso una specie di agguato a un vecchio studioso, sottraendogli in dieci giorni "il lavoro di una vita". È, questo
devo dirlo l'unico motivo per cui ho deciso di imbarcarmi in una polemica inspiegabile sia per i toni che per i contenuti. Almeno a prima vista: ma è stato il Direttore delle "Belles Lettres" a chiarirne in modo netto le ragioni più profonde, fin dalla prima intervista rilasciata su "Repubblica" il 4 maggio di quest'anno: "Se Mondadori ha spiegato, senza alcuna remora fosse riuscito a pubblicare il volume come a cura di Aquilecchia, la nostra edizione critica, che è più cara e in più volumi, sarebbe scomparsa dal mercato". Considerando lo svolgersi della polemica e in modo particolare "forma" e "sostanza" degli articoli usciti sul "manifesto" e su "Belfagor" non si può non sottolineare la coerenza e la consequenzialità di queste affermazioni. Se proprio si vuole trovarla, è questa la chiave di volta della storia.

"Testo di riferimento": due pesi, due misure?

       I miei critici continuano a menare scandalo per l'espressione "testo di riferimento" da me usata nella nota sui testi. E si capisce: insieme alla "sequenza cronologica", è la seconda prova provata della colpa, dell'inganno. Ma anche qui c'è da restare sbalorditi: è la stessa ripeto, la stessa osata, a proposito dei testi editi da Aquilecchia, nel Cd-rom su Bruno sopra citato (nel quale si trova sia l'espressione "testo di riferimento" che quella "edizione di riferimento"). Basterebbe questo per chiarire, una volta per tutte, quanto pretestuosa sia questa polemica. È un'espressione correntemente e normalmente usata sia nei testi on line sia in quelli a stampa, per indicare o testi integralmente riprodotti (come nel caso del Cd-rom) o testi sui quali si sono compiuti degli interventi: come fa ad esempio Mario Santagata (in relazione all'edizione critica di Contini) nel Meridiano dedicato al Canzoniere di Petrarca. Con una differenza: Santagata presenta il proprio lavoro come "edizione commentata" (corredandolo, infatti, di una tavola degli interventi); mentre io mi sono limitato a dire di aver curato la pubblicazione dei dialoghi di Bruno, specificando di essere intervenuto sul testo di Aquilecchia solo nei luoghi in cui mi è sembrato opportuno: come si fa normalmente quando si pubblica il testo nell'edizione critica più consolidata, senza volere darne una nuova. In modo del tutto misterioso del Cd-rom nessuno si ricorda; sul Meridiano petrarchesco non si è aperto bocca, su quello bruniano è stata scatenata una tempesta tanto inedita quanto artificiale. Basta pensare a un "trucco" cui, pur di accusarmi, ricorre il Direttore editoriale delle "Belles Lettres": per non dover riconoscere che nel Meridiano dichiaro esplicitamente di avere assunto l'edizione di Aquilecchia quale "testo di riferimento", egli discorre di "occultamento", "assorbimento", "oscuramento"; salvo poi immediatamente contraddirsi imputandomi di avere, nello steso tempo, "occultato" il lavoro di Aquilecchia e "annunciato trionfalmente" di averlo migliorato.

Dediche, inviti e "damnatio memoriae"

       I miei critici in particolare negli articoli a firma di Segonds mi accusano di "ingratitudine", sostenendo che avrei sistematicamente ignorato nel Meridiano e in tutti i miei precedenti lavori bruniani, il contributo filologico e critico di Giovanni Aquilecchia. La dedica che gli ho fatto della mia Introduzione a Bruno e, di conseguenza, aggiungo io anche l'invito che gli ho rivolto a tenere una conferenza a Palazzo Strozzi nel 1997, presso l'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento tutto questo sarebbe servito solo a dissimulare tale damnatio memoriae. È un terreno lo dico francamente sul quale mi ripugna scendere. Mi limito a ricordare, anche in questo caso, solamente un fatto: nel mio ultimo volume bruniano, che raccoglie scritti apparsi tra il 1995 e il `99 (Umbra profonda. Studi su Giordano Bruno, Edizioni di Storia e letteratura, Roma 1999), di Aquilecchia e del suo lavoro filologico sui Dialoghi italiani e sul Candelaio si parla come di una tappa periodizzante nella storia della fortuna di Bruno, addirittura come di inizio di "una nuova stagione critica".
       Mi dispiace, devo dirlo, che il quarto centenario della morte di Bruno continui ad essere macchiato da una polemica cosi stolta e volgare. Sia Bruno che il Meridiano meritano di meglio. E di meglio meritano soprattutto i lettori di Bruno: meritano che si discuta della "filosofia nolana" e di ciò che essa significa oggi per noi. C'è, per fortuna, ancora tempo per farlo, dopo questa parentesi un po' oscura.
       Ed è con questa speranza che chiudo. Non prima 
me ne scusi il paziente lettore di sottolineare come la Direzione di "Belfagor", a differenza di quella del "manifesto",  non abbia creduto opportuno invitarmi a rispondere alla invectiva del Direttore delle "Belles Lettres", venendo meno a una delle regole fondamentali di quella che una volta, con nome glorioso, si chiamava "Republique des Lettres". Mi dispiace per la rivista fondata da Luigi Russo, ma non me ne stupisco: come dimostra la (piccola) vicenda del "testo rapito", è questo lo "spirito dell'epoca".