Costituire un testo non è certo impresa da pigliare a gabbo. Oltretutto, su chi vi lavora, pesa solitamente il giudizio, rispettoso forse ma non benevolo, di zelante sgobbone: nella polemica alla quale ora accennerò non ha tardato ad affacciarsi anche questa opinione curiosa e un po insolente. E tuttavia, per tedioso, scarsamente brillante e da lucerna che possa apparire, questo fondamentale aspetto della filologia, quando riesce nel suo proposito, comporta e rivela una utilità che si farebbe assai meglio a riconoscere senza troppe supercigliose riserve.
Sennonché, nel caso di cui ci occupiamo, è accaduto qualcosa che sembra davvero
riflettere il clima di acutissimo sentimento di libertà, e ancor più di licenza, in cui
siamo immersi, e che ci si promette ancora più acuto e sfrenato se gli italiani vorranno
presto eleggere alla leadership politica chi già la possiede in campo editoriale e
che, tra le mille altre cose, è pure alla guida di quella benemerita casa editrice cui il
Meridiano bruniano fa riferimento. È accaduto cioè, per venire al dunque, che non si è
avuta esitazione ad appropriarsi dellaltrui, se pure con laccortezza di dire e
non dire, di ammettere e non ammettere: è ben vero, come dicevano gli antichi, che la
verità ama celarsi nei più riposti nascondigli di questo benedetto cuore umano! È
pertanto avvenuto, dicevo, che per il Meridiano in parola il suo insigne curatore,
professor Michele Ciliberto, non ha voluto riconoscere, schiettamente e semplicemente, il
suo debito con Giovanni Aquilecchia per quanto riguardava il testo bruniano da lui
riprodotto e ha preferito (un po furbescamente, se così posso esprimermi) parlare
del testo stabilito dallAquilecchia come di un testo di riferimento, sul
quale, proprio in quanto di riferimento, apportare certe correzioni che a suo giudizio
sarebbero senzaltro migliorative, pur non prendendosi la briga di elencare
siffatte lezioni migliorative e indicare perché lo fossero. Risultato (e se si vuole
persino contro le intenzioni stesse di Ciliberto: ledizione Aquilecchia viene almeno
in parte eclissata e sostituita da quella "novissima" di Michele Ciliberto.
Sembra un gioco di prestigio; ma è pur questo uno dei costumi dei pomposi ambienti
accademici: ci vorrebbe la penna di Molière.
Mettetevi un momento dalla parte di Aquilecchia, che
vive in Inghilterra, non ha niente a che fare con gli accademici nostrani (è una cosa da
tenere bene in mente) e che ha speso mezzo secolo di vita con le stampe bruniane. "Se
ho sbagliato", avrà detto, "dimmi dove ho sbagliato e perché; se poi i miei
errori sono risultati così gravi e numerosi da non valere neppure la pena di indicarli,
getta via il tutto e rifà ogni cosa da te. Perché riferirsi a un testo così bisognoso
di emendamenti? Auguri!". Prima di rassegnarsi, tuttavia, ha preferito spendere altri
due mesi (cosa sono mai rispetto a mezzo secolo?) e andare a scovare da sé le famose
correzioni migliorative, e da scrupoloso filologo qual è, messi a paziente confronto i
due testi, ha scoperto che, a fronte della correzione di una trentina di banalissimi
refusi, sono stati riportati 130 interventi erronei o inopportuni: il tutto sobriamente (e
filologicamnte) documentato in un articolo che sta per apparire sul Giornale storico
della letteratura italiana. Ma se le cose stanno così, correttezza e modestia
avrebbero dovuto suggerire a Ciliberto di scrivere nella sua "nota ai testi":
"Ho riprodotto ledizione Aquilecchia delle Belles Lettres; ho corretto una
trentina di refusi e ho creduto opportuno, e per queste e queste ragioni, intervenire in
questi casi che sottoelenco: possiamo discuterne". Solo che, se così si fosse
comportato (come mi sarei comportato io), quel famoso gioco di prestigio al quale ho
accennato sarebbe andato in fumo; e resistere ai traguardi di gloria che la vanità
suggerisce così a buon mercato non è certo una delle qualità più diffuse
dellanimo delluomo (e dellaccademico in prima fila).
Come comunque cera da aspettarsi, la polemica non è tardata a esplodere, soprattutto quando il direttore generale delle Belles Lettres, il noto studioso Alain Segonds, ha deciso di scendere in campo non più sui giornali ma su una rivista di fama come Belfagor (31 luglio 2000) e, in pagine molto risentite e vibranti, ha ritenuto opportuno, come si dice, di vuotare il sacco e di smascherare tutte quelle miserie che gremiscono, come tanti altri ambienti, anche quelli universitari ed editoriali, e delle quali si fa tanto parlare in privato, pochissimo in pubblico. Oportet ut scandala eveniant. Noi però qui, per non contribuire da parte nostra ad accrescere questa sorta di "Iliade del secol nostro", non passeremo in rassegna le proteste degli uni e le ragioni, o presunte ragioni, degli altri; i sofismi e le sottigliezze cui spesso si è stati costretti a ricorrere; le precise denunce degli offesi e le risposte generiche, o elusive, o devianti degli offensori; o i tentativi di terzi di intervenire con propositi salomonici di pacificazione. Sono posizioni, mi si dice, che chiunque abbia interesse può ben leggere da sé in un "sito" di quel per me misterioso strumento che ha nome Internet. Voglio solo accennare a quella ben curiosa trovata per la quale una cosa sarebbero Les Belles Lettres e unaltra, quasi opposta, la casa editrice Mondadori. Raffinata e per pochi intendenti la prima; divulgativa, anzi "popolare", la seconda. Ciò che è bene per luna non è bene per laltra. Ora, da che mondo è mondo, in ogni collana, poniamo di classici, di qualsiasi casa editrice, si trovano testi ben curati e testi male curati. Persino in una davvero popolare (per il prezzo) qual è la BUR di Rizzoli, si possono incontrare edizioni di tutto pregio e affatto innovative: i Discorsi a esempio di Machiavelli curati da Giorgio Inglese, con tanto di apparato critico se pur redatto in forme molto sobrie. Ma i Meridiani, dice Ciliberto e ripetono i suoi difensori, non erano la sede adatta per riportare il famoso elenco delle correzioni migliorative richiesto da Aquilecchia. Ma come? È vero o non è vero che i moltissimi Meridiani dedicati allopera di Pirandello sotto la direzione di Giovanni Macchia presentano, almeno per la sezione dedicata alle novelle e ai romanzi dellagrigentino, centinaia e centinaia di pagine di note sulle prime stampe, varianti eccetera curate dal compianto e benemerito Mario Costanzo? Proprio su Bruno si è voluto lesinare quella ventina di fogli a stampa che avrebbe fatto chiarezza, messo a posto la coscienza (anche professionale) del curatore ed evitato di accapigliarsi? Senza poi dire che questa distinzione tra studi per il "popolo", per ciò che implicitamente sottende, è qualcosa di virtualmente reazionario, clericale e gesuitico. Giordano Bruno al popolo, oltretutto: si rischia il grottesco (nel recente e ancora in corso quarto centenario dalla morte del filosofo mè stato richiesto, da un settimanale politico-letterario, di scegliere una pagina significativa dalle sue opere: per farla pubblicare ho dovuto "tradurla" in italiano corrente). Ma tantè. Luomo, diceva Mark Twain, è davvero un essere peculiare: durante tutta la sua vita non fa che inseguire quel sommo piacere e possesso che è costitutito dal rapporto sessuale, ma poi, del tutto inopinatamente, lo esclude dal suo paradiso sostituendolo con la preghiera, ossia con un atto che, durante la sua esistenza terrena, lo tedia più di ogni altra cosa. Con buona pace di La Rochefoucauld, credo che sia difficile escogitare un modo più brillante per bollare lipocrisia, accademica e non accademica.
Ma è ormai tempo di concludere questo mio discorso, o meglio questa mia sorta di divagazione in margine alla "filologia offesa". Sì, la filologia offesa, perché questo, a veder bene, è il senso che promana dallarticolo di Aquilecchia che, come si diceva, si potrà presto leggere sul Giornale storico e che chi scrive pur avendo molto marginalmente collaborato con Elvira Nota nella costituzione di un testo critico difficile come quello delle Senili petrarchesche (che vedrà tra non molto la luce, non essendo stato possibile in Italia, proprio presso Les Belles Lettres parigine) crede di potere comprendere e condividere. Anche perché dallintervento dellAquilecchia da quelle sue non molte pagine tutto cose e niente chiacchere; da quei suoi metaforici punti e virgola ricondotti al loro posto da dove erano stati espulsi perché ne uscisse limmagine di un testo bruniano innovato e migliorato, e con ciò appunto una gloria o gloriuzza a buon mercato, sine cura come argutamente arguisce lo stesso Aquilecchia ciò che davvero emerge, in trasparenza, è il duplice ritratto delluomo di studi, e laltro, molto probabilmente più conforme ai tempi, che sa cogliere ogni opportunità per liquidare lombra fastidiosa del rivale e dominare quindi senza più contrasti la scena, ahimè, anchessa senza dubbio effimera, del primato in un certo campo di studi. Chi avrebbe mai sospettato che persino dalla filologia facesse capolino il rigore della vita morale?