Ugo Dotti, Il Bruno rapito, in «La Rivista dei Libri», anno X, n. 11 - novembre 2000

       Costituire un testo non è certo impresa da pigliare a gabbo. Oltretutto, su chi vi lavora, pesa solitamente il giudizio, rispettoso forse ma non benevolo, di zelante sgobbone: nella polemica alla quale ora accennerò non ha tardato ad affacciarsi anche questa opinione curiosa e un po’ insolente. E tuttavia, per tedioso, scarsamente brillante e da lucerna che possa apparire, questo fondamentale aspetto della filologia, quando riesce nel suo proposito, comporta e rivela una utilità che si farebbe assai meglio a riconoscere senza troppe supercigliose riserve.
       In ogni caso, come dicevo, è un affar serio, e tale da non esigere soltanto tempi assai lunghi, somma accuratezza e forti doti intuitive, ma soprattutto una vasta conoscenza dell’autore il cui testo si intende costituire. Per stabilire quello di Giordano Bruno nelle Oeuvres italiennes dello stesso Bruno (Parigi, Les Belles Lettres, 1993-1999), Giovanni Aquilecchia ha speso mezzo secolo esatto: evidentemente c’è ancora chi ritiene opportuno impiegare il proprio tempo nei buoni studi.
       Il Duemila che va esaurendosi è stato molte cose: è stato l’anno giubilare con i suoi fasti e nefasti, ed è stato l’anno centenario (il quarto) della morte di Giordano Bruno e del suo emblematico rogo. Non siamo più nel clima anticlericale degli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, quando, per prima cosa, si pensava di erigere in Campo dei Fiori, a Roma, una statua allo sventurato nolano. Da molti indizi, piuttosto, che vanno dalla beatificazione di Pio IX alla peregrina proposta di fare della Bibbia un manuale scolastico (e per non far torto a nessuno, anche del Corano), si potrebbe dire, sorridendo, che ci si avvia a gran passi verso la restaurazione di una repubblica teoretica. E tuttavia, a Dio piacendo, l’anno in questione ha pure veduto, con la celebrazione, l’edizione delle opere dell’eretico filosofo di Nola in uno dei prestigiosi, come si dice, "Meridiani" mondadoriani. A curarlo è stato ovviamente chiamato un altrettanto prestigioso studioso dello scrittore degli Eroici Furori, Michele Ciliberto. Tutto bene se non fosse che …
       È dal 1993, come si accennava, che in Francia e per Les Belles Lettres si vengono pubblicando, in edizione critica e con traduzione francese, le opere complete di Giordano Bruno. Alla direzione della meritoria impresa Nuccio Ordine e Yves Hersant; alla cura dei testi un provetto filologo italiano emigrato in Gran Bretagna: Giovanni Aquilecchia. Era pressocché scontato che il Meridiano bruniano del Duemila dovesse avvalersi, nella sua presentazione (antologica) dell’opera bruniana, di un testo così innovativo rispetto a quelli in circolazione: di Vincenzo Spampanato, di Adolfo Wagner, di Paolo Lagarde, di Giovanni Gentile o di altri. I testi critici, d’altra parte, giusto o ingiusto che sia, si possono riprodurre senza vincoli di sorta; anche se naturalmente sta alla sensibilità e alla correttezza di chi ne fa uso dare a ciascuno il suo (suum unicuique tribuere, secondo uno dei tre fondamentali praecepta della Giustizia), tanto più, come si è detto, che si era trattato, e si tratta, di fatiche, solitamente compensate più dal piacere di aver ben lavorato – sempre che ben si lavori (quante presunte edizioni critiche vediamo in circolazione che non sono che semplici rimaneggiamenti!) – che non dal suono della bella moneta. E questo dovere, di solito, è sempre stato rispettato e, nonostante i tempi, lo si rispetta ancor oggi.

       Sennonché, nel caso di cui ci occupiamo, è accaduto qualcosa che sembra davvero riflettere il clima di acutissimo sentimento di libertà, e ancor più di licenza, in cui siamo immersi, e che ci si promette ancora più acuto e sfrenato se gli italiani vorranno presto eleggere alla leadership politica chi già la possiede in campo editoriale e che, tra le mille altre cose, è pure alla guida di quella benemerita casa editrice cui il Meridiano bruniano fa riferimento. È accaduto cioè, per venire al dunque, che non si è avuta esitazione ad appropriarsi dell’altrui, se pure con l’accortezza di dire e non dire, di ammettere e non ammettere: è ben vero, come dicevano gli antichi, che la verità ama celarsi nei più riposti nascondigli di questo benedetto cuore umano! È pertanto avvenuto, dicevo, che per il Meridiano in parola il suo insigne curatore, professor Michele Ciliberto, non ha voluto riconoscere, schiettamente e semplicemente, il suo debito con Giovanni Aquilecchia per quanto riguardava il testo bruniano da lui riprodotto e ha preferito (un po’ furbescamente, se così posso esprimermi) parlare del testo stabilito dall’Aquilecchia come di un testo di riferimento, sul quale, proprio in quanto di riferimento, apportare certe correzioni che a suo giudizio sarebbero senz’altro migliorative, pur non prendendosi la briga di elencare siffatte lezioni migliorative e indicare perché lo fossero. Risultato (e se si vuole persino contro le intenzioni stesse di Ciliberto: l’edizione Aquilecchia viene almeno in parte eclissata e sostituita da quella "novissima" di Michele Ciliberto. Sembra un gioco di prestigio; ma è pur questo uno dei costumi dei pomposi ambienti accademici: ci vorrebbe la penna di Molière.
       Mettetevi un momento dalla parte di Aquilecchia, che vive in Inghilterra, non ha niente a che fare con gli accademici nostrani (è una cosa da tenere bene in mente) e che ha speso mezzo secolo di vita con le stampe bruniane. "Se ho sbagliato", avrà detto, "dimmi dove ho sbagliato e perché; se poi i miei errori sono risultati così gravi e numerosi da non valere neppure la pena di indicarli, getta via il tutto e rifà ogni cosa da te. Perché riferirsi a un testo così bisognoso di emendamenti? Auguri!". Prima di rassegnarsi, tuttavia, ha preferito spendere altri due mesi (cosa sono mai rispetto a mezzo secolo?) e andare a scovare da sé le famose correzioni migliorative, e da scrupoloso filologo qual è, messi a paziente confronto i due testi, ha scoperto che, a fronte della correzione di una trentina di banalissimi refusi, sono stati riportati 130 interventi erronei o inopportuni: il tutto sobriamente (e filologicamnte) documentato in un articolo che sta per apparire sul Giornale storico della letteratura italiana. Ma se le cose stanno così, correttezza e modestia avrebbero dovuto suggerire a Ciliberto di scrivere nella sua "nota ai testi": "Ho riprodotto l’edizione Aquilecchia delle Belles Lettres; ho corretto una trentina di refusi e ho creduto opportuno, e per queste e queste ragioni, intervenire in questi casi che sottoelenco: possiamo discuterne". Solo che, se così si fosse comportato (come mi sarei comportato io), quel famoso gioco di prestigio al quale ho accennato sarebbe andato in fumo; e resistere ai traguardi di gloria che la vanità suggerisce così a buon mercato non è certo una delle qualità più diffuse dell’animo dell’uomo (e dell’accademico in prima fila).

       Come comunque c’era da aspettarsi, la polemica non è tardata a esplodere, soprattutto quando il direttore generale delle Belles Lettres, il noto studioso Alain Segonds, ha deciso di scendere in campo non più sui giornali ma su una rivista di fama come Belfagor (31 luglio 2000) e, in pagine molto risentite e vibranti, ha ritenuto opportuno, come si dice, di vuotare il sacco e di smascherare tutte quelle miserie che gremiscono, come tanti altri ambienti, anche quelli universitari ed editoriali, e delle quali si fa tanto parlare in privato, pochissimo in pubblico. Oportet ut scandala eveniant. Noi però qui, per non contribuire da parte nostra ad accrescere questa sorta di "Iliade del secol nostro", non passeremo in rassegna le proteste degli uni e le ragioni, o presunte ragioni, degli altri; i sofismi e le sottigliezze cui spesso si è stati costretti a ricorrere; le precise denunce degli offesi e le risposte generiche, o elusive, o devianti degli offensori; o i tentativi di terzi di intervenire con propositi salomonici di pacificazione. Sono posizioni, mi si dice, che chiunque abbia interesse può ben leggere da sé in un "sito" di quel per me misterioso strumento che ha nome Internet. Voglio solo accennare a quella ben curiosa trovata per la quale una cosa sarebbero Les Belles Lettres e un’altra, quasi opposta, la casa editrice Mondadori. Raffinata e per pochi intendenti la prima; divulgativa, anzi "popolare", la seconda. Ciò che è bene per l’una non è bene per l’altra. Ora, da che mondo è mondo, in ogni collana, poniamo di classici, di qualsiasi casa editrice, si trovano testi ben curati e testi male curati. Persino in una davvero popolare (per il prezzo) qual è la BUR di Rizzoli, si possono incontrare edizioni di tutto pregio e affatto innovative: i Discorsi a esempio di Machiavelli curati da Giorgio Inglese, con tanto di apparato critico se pur redatto in forme molto sobrie. Ma i Meridiani, dice Ciliberto e ripetono i suoi difensori, non erano la sede adatta per riportare il famoso elenco delle correzioni migliorative richiesto da Aquilecchia. Ma come? È vero o non è vero che i moltissimi Meridiani dedicati all’opera di Pirandello sotto la direzione di Giovanni Macchia presentano, almeno per la sezione dedicata alle novelle e ai romanzi dell’agrigentino, centinaia e centinaia di pagine di note sulle prime stampe, varianti eccetera curate dal compianto e benemerito Mario Costanzo? Proprio su Bruno si è voluto lesinare quella ventina di fogli a stampa che avrebbe fatto chiarezza, messo a posto la coscienza (anche professionale) del curatore ed evitato di accapigliarsi? Senza poi dire che questa distinzione tra studi per il "popolo", per ciò che implicitamente sottende, è qualcosa di virtualmente reazionario, clericale e gesuitico. Giordano Bruno al popolo, oltretutto: si rischia il grottesco (nel recente e ancora in corso quarto centenario dalla morte del filosofo m’è stato richiesto, da un settimanale politico-letterario, di scegliere una pagina significativa dalle sue opere: per farla pubblicare ho dovuto "tradurla" in italiano corrente). Ma tant’è. L’uomo, diceva Mark Twain, è davvero un essere peculiare: durante tutta la sua vita non fa che inseguire quel sommo piacere e possesso che è costitutito dal rapporto sessuale, ma poi, del tutto inopinatamente, lo esclude dal suo paradiso sostituendolo con la preghiera, ossia con un atto che, durante la sua esistenza terrena, lo tedia più di ogni altra cosa. Con buona pace di La Rochefoucauld, credo che sia difficile escogitare un modo più brillante per bollare l’ipocrisia, accademica e non accademica.

       Ma è ormai tempo di concludere questo mio discorso, o meglio questa mia sorta di divagazione in margine alla "filologia offesa". Sì, la filologia offesa, perché questo, a veder bene, è il senso che promana dall’articolo di Aquilecchia che, come si diceva, si potrà presto leggere sul Giornale storico e che chi scrive – pur avendo molto marginalmente collaborato con Elvira Nota nella costituzione di un testo critico difficile come quello delle Senili petrarchesche (che vedrà tra non molto la luce, non essendo stato possibile in Italia, proprio presso Les Belles Lettres parigine) – crede di potere comprendere e condividere. Anche perché dall’intervento dell’Aquilecchia – da quelle sue non molte pagine tutto cose e niente chiacchere; da quei suoi metaforici punti e virgola ricondotti al loro posto da dove erano stati espulsi perché ne uscisse l’immagine di un testo bruniano innovato e migliorato, e con ciò appunto una gloria o gloriuzza a buon mercato, sine cura come argutamente arguisce lo stesso Aquilecchia – ciò che davvero emerge, in trasparenza, è il duplice ritratto dell’uomo di studi, e l’altro, molto probabilmente più conforme ai tempi, che sa cogliere ogni opportunità per liquidare l’ombra fastidiosa del rivale e dominare quindi senza più contrasti la scena, ahimè, anch’essa senza dubbio effimera, del primato in un certo campo di studi. Chi avrebbe mai sospettato che persino dalla filologia facesse capolino il rigore della vita morale?