Alain Segonds, Il «Meridiano» Giordano Bruno, in «Belfagor», anno LV, n. 4 - 31 luglio 2000
Caro «Belfagor»,
vorrei approfittare della tua ospitalità per
chiarire ulteriormente la mia posizione di studioso e di direttore generale de Les Belles
Lettres a proposito del Meridiano dedicato ai dialoghi italiani di Giordano Bruno, "a
cura" di Michele Ciliberto, di cui tanto hanno parlato i giornali in Italia (si veda
«la Repubblica» del 4 maggio e i successivi interventi sul «Corriere della sera» del
13, del 14 e del 18 maggio). Sin dallinizio, ho tenuto a specificare che non si
tratta di una guerra tra editori. Si tratta, invece, di una questione molto più
importante, di natura etica, che riguarda lintera comunità scientifica: come si
può accettare che un "collega" possa non tener conto di cinquantanni di
lavoro di un altro studioso, giustificando la "sua" edizione con strategie di
occultamento e, addirittura, annunciando trionfalmente miglioramenti del testo critico?
È vero: in Europa la legge sul diritto dautore
non difende il testo critico. Sul piano giuridico sembra difficile far valere le ragioni
di un filologo che ha lavorato per decenni nel tentativo di offrire alla comunità
scientifica un testo sicuro. Ledizione bilingue (testo critico e traduzione
francese) delle opere italiane pubblicata nella collana delle uvres
complètes di Giordano Bruno, diretta da Yves Hersant e Nuccio Ordine è
costata quasi dieci anni di lavoro (il Candelaio è stato pubblicato nel 1993 e il Degli
eroici furori nel novembre 1999), e Giovanni Aquilecchia ha messo a frutto in questa
edizione una esperienza, ripeto, acquisita in un mezzo secolo di filologia bruniana.
Mi preme sottolineare con chiarezza che,
contrariamente a quanto hanno voluto far credere Michele Ciliberto e Renata Colorni, noi
non abbiamo contestato luso del testo critico di Giovanni Aquilecchia, ma le
modalità scientificamente scorrette e ambigue con cui ciò è avvenuto. Contestazioni
indirizzate soprattutto al "curatore" del Meridiano. Ma come può uno studioso
serio prestarsi a simili operazioni, senza mostrare nessun rispetto per chi ha dedicato
gran parte della sua vita alla filologia bruniana? E soprattutto: come può uno studioso
serio mascherare una sorta di assorbimento dei testi critici di Aquilecchia, fino ad
attribuirsi "meriti" tutti da verificare? Apriamo, dunque, il Meridiano.
Nella «Nota sui testi», Ciliberto scrive: «Per il
presente volume abbiamo scelto come testo di riferimento ledizione dei dialoghi
italiani curata da Giovanni Aquilecchia (G. Bruno, uvres complètes, Paris,
Les Belles Lettres, 1993-1999). Tutti i testi sono stati riscontrati in modo sistematico
con le prime stampe, ed emendati da refusi ed imperfezioni che, in alcuni casi, ne
compromettevano il senso» (p. LXXXV). Di fronte a questa dichiarazione, il lettore viene
indotto a credere immediatamente due cose: che il testo di Aquilecchia non è riprodotto
fedelmente, ma che è servito solo da «testo di riferimento», cioè da base di partenza
per approdare poi a un testo privo «di refusi ed imperfezioni» e, quindi, migliore di
quello di Aquilecchia. Come si concilia questa offensiva «Nota sui testi» con le
contraddittorie dichiarazioni rilasciate ai giornali da Ciliberto, in cui egli ammette di
aver riprodotto fedelmente ledizione critica di Aquilecchia («Nella nota al testo
ho scritto chiaramente che ledizione adottata era quella stabilita da Aquilecchia
per Les Belles Lettres: non capisco questa polemica pretestuosa», «La Repubblica»)? E a
cosa sarebbe servita tutta quella bibliografia testuale, pubblicata in calce alla
"Nota sui testi", se non per accreditare la perizia filologica di Ciliberto?
"Perizia filologica" di cui Aquilecchia ha svelato tutta la vera essenza in un
saggio di imminente pubblicazione sul «Giornale storico della letteratura italiana»
dalleloquente titolo I dialoghi bruniani «a cura» (o sinecura?)
di Michele Ciliberto dove si comparano, punto per punto e virgola per
virgola, ledizione Belles Lettres e quella Mondadori. Ne è venuto fuori un bilancio
non certo scientificamente confortante per Ciliberto: i testi bruniani del Meridiano,
infatti, risultano infarciti di circa 130 interventi erronei o inopportuni, a fronte di
una trentina di correzioni di banali refusi. Nel Meridiano, insomma, viene riprodotta
ledizione Belles Lettres, in una versione peggiorata! Se Ciliberto avesse avuto
laccortezza di elencare in una nota i suoi "interventi" sul testo
come si usa fare nei lavori scientifici di rispetto avrebbe risparmiato ad
Aquilecchia due mesi di lavoro e avrebbe mostrato apertemente, dissipando ogni nebbia, il
vero frutto della sua "perizia filologica".
***
Ma il
lettore del Meridiano non conosce tutti i retroscena della vicenda. Non sa, per esempio,
che ill 20 dicembre 1999 Aquilecchia riceve una lettera della Mondadori del 14 dove si
annuncia che è in corso di stampa un Meridiano dedicato a Bruno e che i testi sono quelli
stabiliti da lui stesso per Belles Lettres («Il professor Ciliberto scrive Renata
Colorni che stima in modo particolarissimo il valore scientifico della Sua ricerca,
ha voluto adottare per la nostra edizione il testo dei Dialoghi da Lei
stabilito»),
e non sa che il filologo, nonostante
lofferta generosa di ricevere quattro copie in omaggio del volume in cambio del suo
assenso, messo davanti al fatto compiuto, rifiuta di apporre la sua firma su
unedizione da lui non controllata. Fino al 20 dicembre, dunque, i testi sono di
Aquilecchia, come testimonia la lettera della responsabile della collana, Renata Colorni
(testimonianza ribadita anche nelle successive dichiarazioni su «la Repubblica»: «Noi
abbiamo chiesto ad Aquilecchia di poter indicare sulla copertina che il testo era quello
da lui stabilito. Aquilecchia ci ha risposto che avrebbe voluto rivedere [sarebbe stato
meglio dire «vedere», dato che Aquilecchia non aveva ancora visto nulla]
il volume prima della stampa. Ma per noi i tempi si sarebbero allungati troppo»). Alla
luce di questi documentati eventi, è legittimo dedurre che i cosiddetti
"interventi" di Ciliberto sarebbero stati effettuati durante le vacanze di
Natale, in pochi giorni e con le biblioteche chiuse, visto che il Meridiano è stato
distribuito in febbraio. Le date parlano da sole e ci fanno capire i principî di fondo
della cilibertiana «filologia fast food» (come felicemente lha definita Nuccio
Ordine sul «Corriere» del 13 maggio). Una manciata di virgole e di punti, messi per lo
più in posti sbagliati, per definire un testo come «edizione di riferimento» e non come
fonte diretta.
Ancora più singolari sono le dichiarazioni di
Ciliberto che tutti hanno potuto leggere sui giornali, in cui egli è costretto ad
affermare, messo in difficoltà, di aver deciso immediamente di riprodurre nel
"suo" Meridiano il testo di Aquilecchia, ritendolo «il migliore» («In fondo
noi avevamo un obbligo: mettere a disposizione il miglior testo possibile di Giordano
Bruno. E il testo migliore era quello di Aquilecchia», «la Repubblica»). Dichiarazioni,
ancora una volta, tardive e in contrasto con i fatti. Innanzitutto per la modalità del
coinvolgimento di Aquilecchia: se Ciliberto avesse veramente voluto far collaborare
leditore del testo critico, perché invitarlo solo a Meridiano stampato, senza
offrirgli la possibilità di rivedere le bozze? Non avrebbe potuto avvertirlo con un anno
di anticipo? E poi, per una serie di scelte sostanziali: perché nella sezione del
Meridiano, dedicata alle edizioni dei dialoghi italiani, figurano le edizioni di Adolph
Wagner, di Paul de Lagarde, di Giovanni Gentile, ma non quella Belles Lettres di
Aquilecchia? Come si può giustificare scientificamente il fatto che nella bibliografia
del Meridiano si neghi lesistenza del testo «migliore» scelto per il Meridiano
stesso? E come valutare, invece, linspiegabile confino delledizione Belles
Lettres nella sezione bibliografica delle traduzioni francesi delle opere di Bruno?
E ancora: se Ciliberto considera il testo critico di
Aquilecchia «il migliore», perché in tutte le sue pubblicazioni non cita mai
dalledizione Aquilecchia? Come si può ritenere «migliore» unedizione e poi
ignorarla sistematicamente nei proprî scritti? Mi si potrebbe obiettare che Ciliberto,
folgorato sulla via di Damasco, abbia deciso di rinnegare le sue stesse scelte, operate
nel passato, durante la fase di realizzazione del Meridiano, riconoscendo solo in
quelloccasione lerrore perpetrato per anni nei suoi saggi. E sia. Ma come mai,
nellIntroduzione al Meridiano, cita il Candelaio (unica opera non inclusa nel
suo volume mondadoriano) non dalledizione Aquilecchia ma da quella Spampanato 1923
(si veda la nota 50 a p. LXXX)? E perché nelle note del Meridiano tutte le citazioni del Candelaio
derivano dalledizione Einaudi (si veda la tavola delle edizioni di riferimento alla
p. 1475)? Perché ledizione critica di Aquilecchia esiste solo, e limitatamente, ai
testi che figurano nella versione mascherata del Meridiano "a cura" di Michele
Ciliberto?
Non è difficile dare una risposta a questi
interrogativi. La sistematica operazione di oscuramento dei testi Belles Lettres
operata da Ciliberto e seguíta dai suoi allievi (che sempre ignorano ledizione
Aquilecchia nei loro lavori: si vedano, da ultimo, le note al volume dedicato ad alcune
opere latine di Bruno, apparso nella collana dei classici BUR-Rizzoli) trova il suo
epilogo in un uso sospetto di testi che fino a prima del Meridiano venivano
sistematicamente ignorati, occultati e negati. Prova ne sia il Candelaio: come si
può giustificare scientificamente ladozione dei testi Belles Lettres solo per i
dialoghi italiani inclusi nel Meridiano, continuando la politica silenziatrice del Candelaio?
Superficialità? Sciatteria? O forse Ciliberto ritiene che ledizione del Candelaio,
in rapporto a quella dei dialoghi italiani, possa comportare delle riserve tali da
giustificare una cilibertiana damnatio memoriae?
Questo atteggiamento del "curatore" del
Meridiano non può essere attribuito a una semplice "distrazione". Si tratta di
un vero e proprio disegno che la dice lunga sul comportamento di Ciliberto. Rivela un modo
di fare di cui parla ampiamente Anthony Grafton in un suo brillante saggio sulluso
che alcuni accademici fanno delle note: uno strumento per manifestare apertemente il reseau
di "amici" e di "nemici". Essere citati in nota conferma le alleanze,
mentre le assenze alludono a eloquenti dissensi. I volumi di Ciliberto forniscono
unampia casistica di questi exempla. Prendiamo ancora il Meridiano,
pubblicato nella collana diretta da Renata Colorni, e scorriamo la «Bibliografia
essenziale». Alla p. 1459 si fa riferimento alledizione originale della Vita di
Giordano Bruno di Vincenzo Spampanato e nel segnalare la ristampa anastatica del 1988
si omette un dato bibliografico che figura nel frontespizio: la "Postfazione di
Nuccio Ordine" (dato bibliografico che Ciliberto aveva offerto correttamente, in
tempi non sospetti, nel suo laterziano Giordano Bruno del 1990).
***
Il
discorso potrebbe continuare con altri esempi. Basti pensare alla prefazione al dialogo
De la causa, che Ciliberto ha pubblicato nel 1996 nella nostra collana delle uvres
complètes. Il lettore potrà verificare che, nelle sessanta note, gli unici rinvii,
tranne pochi casi, riguardano lopera omnia dello stesso prefatore, che
approfitta di una pubblicazione in lingua straniera (cosa rarissima nella sua
bibliografia) per esercitare una operazione egolatrica. Egolatria che sembra avere il suo
punto di forza nellignorare sistematicamente i contributi piú rilevanti della
critica bruniana contemporanea: quanti studiosi di Bruno, ancora in vita, vengono citati
nelle note dei saggi di Ciliberto? È possibile che la critica, al di là di Ciliberto
stesso, non annoveri lavori degni?
Le note, insomma, non riflettono solo questioni
scientifiche, non riguardano solo gli scopi essenziali della ricerca. Sono lí a
testimoniare anche gli umori e le idiosincrasie di Ciliberto. Sono il frutto di un puro
calcolo, di unesigenza che tiene anche conto di elementi extrascientifici. Solo a
partire da questi fatti è possibile, retrospettivamente, comprendere il significato di
altri comportamenti di Ciliberto. Non ci vuole molto a capire che la dedica a Giovanni
Aquilecchia di un saggio su Bruno, pubblicato nel 1996 da Laterza, rientra
allinterno di una strategia di "copertura": proprio in quel volumetto
nessuna citazione delle opere italiane di Bruno deriva dalledizione Belles Lettres
del suo «carissimo maestro»! Ciliberto obietterà che nel 1996 erano stati pubblicati
solo cinque volumi su sette. E sia. Perché, allora, non aggiornare i rinvii alle opere
italiane nella ristampa del saggio apparsa nel 1999, nellanno della tanto
sbandierata «conversione» alledizione Belles Lettres?
Viene spontaneo, insomma, chiedersi: Giovanni
Aquilecchia maestro di che cosa, visto che Ciliberto di fatto, finanche nel volume a lui
dedicato, non riconosce uno dei frutti piú importanti di quel magistero? E poi: se
Ciliberto si comporta con i maestri così come si è comportato con Aquilecchia nel caso
del Meridiano bruniano, come si comporterà con i "non maestri" nelle relazioni
scientifiche e umane di tutti i giorni? Quali sublimi "vette" potranno ancora
raggiungere i suoi atteggiamenti?
Una cosa è certa: questi "metodi", come ha
sottolineato opportunamente Giovanni Aquilecchia nel «Corriere» del 18 maggio, non sono
edificanti per le nuove generazioni. In un momento in cui sempre meno nelle università si
pratica la filologia, indicare ai giovani studiosi simili scorciatoie mi pare veramente
pericoloso.
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Questi
sono i fatti oggettivi che i lettori possono liberamente giudicare e a cui Ciliberto, come
ha già posto in luce Aquilecchia, non ha fornito risposta. Su questi fatti si è
pronunciato tempestivamente un documento etico-scientifico che ha raccolto rinomatissime
firme da Nicola Badaloni e Giorgio Bárberi Squarotti ad Alfonso Ingegno e a Pasquale
Sabbatino e Miguel Angel Granada, fino a brunisti russi e giapponesi. E benché Ciliberto
cerchi di sminuire il valore di questa importante iniziativa dichiarando sul
«Corriere» del 14 maggio che la lettera sia stata firmata «in qualche caso da persone
che non hanno nulla a che fare con gli studi bruniani» vorrei ricordare, tanto per
fare un esempio, che, pur non essendo un brunista, Nicholas Mann è il Direttore del
Warburg Institute, di una istituzione che ha dato contributi fondamentali agli studi
bruniani.
Mi sia consentita unultima osservazione.
Ciliberto, nelle dichiarazioni iniziali a «La Repubblica», accusa i francesi di «un
eccesso di nazionalismo culturale», vantandosi di aver «tagliato le gambe alle Belles
Lettres» con il suo Meridiano («Ma ho limpressione che a Parigi siano stati colti
da un eccesso di nazionalismo culturale, quasi si ritenessero depositari di diffondere il
filosofo nolano. [
] Queste polemiche le posso capire solo se tengo presente che il
Meridiano ha già tirato due edizioni e venduto cinquemila copie, tagliando le gambe alle
Belles Lettres»). Si tratta di frasi che non meritano un commento (che rapporto cè
tra il «nazionalismo culturale» e la denuncia di una scorrettezza scientifica?)
Ciliberto fonda in maniera spettacolare la difesa del suo operato (si pensi anche alla
sfida, degna di un miles gloriosus, lanciata ad Aquilecchia sulle colonne del
«Corriere» del 14 maggio. «In ogni caso, come ho detto a Enzo Marzo, son pronto a
discorrere pubblicamente con Aquilecchia, dove e quando voglia, sia del suo lavoro che di
questo Meridiano» su cui ironizza il filologo nella sua replica ospitata nel
«Corriere» del 18 maggio: «Avendo già compilato la comparazione filologica tra i testi
Belles Lettres e quelli Mondadori, ripudio lesibizionismo pubblico suggeritomi da
Ciliberto: la filologia, come pure la filosofia, si fa sui libri e sulle carte, non sui
palcoscenici»).
Privo di argomenti scientifici, Ciliberto non si
rende conto che il Meridiano non ha «tagliato le gambe alle Belles Lettres»
(ledizione francese di Aquilecchia rimane lunica solida edizione critica delle
opere italiane del Nolano), ma che le ha tagliate soprattutto al suo "curatore".
Di ciò, per motivi che ognuno di noi potrà ben intuire, sarà difficile che Ciliberto
possa avere immediata coscienza.