Bruno Basile, Recensione a GIORDANO BRUNO, Dialoghi filosofici italiani, a cura e con un saggio introduttivo di M. Ciliberto, Milano, Mondadori («I Meridiani»), 2000, LXXXVI-1540, in «Studi e problemi di critica testuale», LXI (2000). pp. 228-231

       L’inizio del nuovo millennio non ha dimenticato Giordano Bruno, che all’alba del Seicento chiuse, nel rogo degli eretici, la sua vicenda terrena. Se, a livello internazionale, l’anno 2000 ha visto, a Parigi, per l’impegno dell’editore «Belles Lettres» avviarsi a completamento l’edizione degli Opera omnia del filosofo (in data 1999 conclusa nel settore italiano, e avviata in quello latino), per quanto concerne l’Italia due iniziative – a parte i prevedibili convegni e celebrazioni – hanno mobilitato l’attenzione degli studiosi. In primo luogo la pubblicazione di una poderosa, aggiornatissima biografia, dovuta a S. Ricci (Giordano Bruno nell’Europa del Cinquecento, Roma, Salerno Ed.), poi la diffusione dei Dialoghi filosofici italiani per cura di M. Ciliberto. Una silloge di cui c’era bisogno nella nostra cultura, visto che la vulgata delle celebri opere era ancora dipendente dall’obsoleta edizione di G. Gentile, e non sempre Bruno era stato trattato al livello che gli compete dalle serie di classici della letteratura. Si è non poco imbarazzati a ricordare che il filosofo, anche in collane di prestigio – e spiace fare i nomi della UTET e della Ricciardi –, riveste posizioni marginali, spesso dividendo lo spazio delle sue opere con Campanella (e qualche storico dovrà spiegarci le ragioni di un «accoppiamento» così poco «giudizioso»). Le correzioni sono annunciate sia dalla UTET, sia da qualche editore avveduto, come l’Adelphi, che ha promesso, addirittura, un tomo di opere «magiche» – latine – del difficile scrittore. Ma, stando al concreto disponibile, un lettore avvertito che non volesse dipendere dai cugini d’oltralpe (pronti a garantirsi, per i testi, la consulenza del migliore specialista, G. Aquilecchia), per i Dialoghi filosofici – lasciando cadere Gentile – doveva ricorrere a certi volumetti della BUR, dove lo stesso Ciliberto, con un équipe di zelanti allievi – prima fra tutti N. Tirinnanzi – ha rimesso in circolo, ben commentati, testi come il De umbris idearum, gli Eroici furori, o l’impervio Spaccio de la bestia trionfante.
       Era giusto, per non dire necessario, che la stessa équipe, con ulteriori adepti – M. E. Severini, F. Dell’Omodarme – si aggiudicasse il prestigio dei «Meridiani», che, per l’occasione, hanno aperto una nuova sezione di testi (col brutto titolo, gentiliano, «classici dello spirito»: avremmo preferito del «pensiero» o della «filosofia»). Ne è nato un volume ponderoso, che allinea – opera per opera – una serie impressionante di note (963-1455), concluse da una bibliografia ragionata e da un indice analitico. E tutto in uno stile d’impegno che non fa rimpiangere l’ormai lontana stagione della «nuova filologia» bruniana aperta, come tutti sanno, dall’edizione – 1955 – della Cena de le ceneri curata da G. Aquilecchia per i tipi di Einaudi. Basta gettare uno sguardo sulla vivace introduzione di Ciliberto – Giordano Bruno angelo della luce tra disincanto e furore – e scorrere il regesto delle chiose per ricavare l’idea di un aggiornamento esegetico puntuale. Il Ciliberto dipana nell’esordio le categorie sondate nei suoi celebri saggi, e ben esperite nel volume Introduzione a Bruno, Roma-Bari, Laterza, 1996 –; le chiose della Tirinnanzi certamente sensibili al modello «Belles Lettres», sono diventate laconicamente precise, senza divagazioni bibliografiche sul genere di quelle ricamate, non sempre felicemente, negli Eroici furori della BUR. I dati forti sono tutti presenti: innanzitutto la teoria bruniana del nuovo universo, oltre i limiti di Copernico, all’insegna dello sconcertante «infinito», è di una «uniformità» tra forma in divenire che sconvolge – fino al limite del panteismo – il vecchio sistema aristotelico. Poi il Bruno politico, discepolo di Erasmo e Machiavelli, fautore di una religione dell’impegno laico, egualmente distante dalle teorie civili della controriforma cattolica e dalla ribellione luterana. E, infine, nell’appassionata rilettura proemiale di Ciliberto, emerge tutto il senso del filosofo «solitario» in rotta con le consuetudini epistemologiche ed etiche della sua epoca. E non si pensi a generalità manualistiche: la partitura delle note tocca anche – filosofi antichi alla mano – temi delicati della biblioteca mentale bruniana: rapporti con Averroè e Avicebron, presenze del Corpus hermeticum, brillio di auctores classici e medievali (da Aristotele a Davide di Dinant).Insomma una mise au point dignitosa e affidabile, anche per un vasto pubblico. Eppure l’impressione è falsa. Questa edizione, ha dato luogo a polemiche feroci, passate su giornali di ampia tiratura, solitamente avari d’indiscrezioni su studi dedicati a personaggi, ormai, da museo del sapere. Che cosa è successo? Ciliberto ha forse aggiunto qualche eresia filosofica alle tante pronunciate dal suo autore? Neppure per sogno; la querelle è di deontologia filologica e quindi merita un cenno per i lettori di questa rivista.
       Nella Nota sui testi (LXXXV) è scritto: «Per il presente volume abbiamo scelto come testo di riferimento l’edizione dei dialoghi italiani curata da Giovanni Aquilecchia (G. Bruno, Oeuvres complètes, Les Belles Lettres, Paris, 1991-1999). Tutti i testi sono stati riscontrati in modo sistematico con le prime stampe, ed emendati da refusi e imperfezioni che, in alcuni casi, ne compromettevano il senso. Inoltre, quando è sembrato utile ai fini di una più agevole lettura dei dialoghi siamo intervenuti sulla punteggiatura». Una dichiarazione d’impegno, che getta non poche ombre sull’edizione critica francese – in ogni caso assunta in toto come affidabile – ma assolutamente legittima se il Ciliberto, come d’uso, avesse fatto seguire un paio di paginette con i refusi emendati e le nuove congetture (confermate dalle stampe antiche). Invece nulla di tutto questo: ed è strano, perché non può essere che i «Meridiani» abbiano negato a un curatore poche postille di accertamento ecdotico (concesse, in altra sede, ad autori non paragonabili, per qualità, a Bruno); e Ciliberto, sapendo i livelli sofisticati raggiunti dalla critica testuale sul filosofo, doveva cautelarsi da ogni sospetto di restauro superficiale. Tra l’altro, si sa, le citazioni, in questo caso, sarebbero state semplificate dall’esistenza delle Opere italiane a cura di E. Canone, che offrono proprio la riproduzione delle cinquecentine bruniane per ogni querelle grafica o di punteggiatura (Firenze, Olschki, 1999). Prevedibile a questo punto, che G. Aquilecchia, irritato per le critiche sul suo precedente lavoro, abbia risposto, in sede giornalistica, lasciando percepire sia l’esistenza di correzioni legittime, sia il peggioramento del testo in altri, più numerosi casi. Sinceramente, non avremmo neppure segnalato la polemica (di ordinaria amministrazione tra i critici del testo), se Aquilecchia, nella stessa sede pubblica, non avesse fornito altri dati più inquietanti.
       Secondo lo studioso, la realtà si presenta più drammatica: stando a una notizia ufficiale – confermata dalla stessa Mondadori – il testo dei Dialoghi è derivato indubbiamente dagli Opera omnia delle «Belles Lettres». Anzi, lo stesso Aquilecchia sarebbe stato interpellato per cointestare, con il suo nome in copertina, il prestito: prassi non giunta in porto, all’ultimo momento, perché i tempi stretti imposti dalla redazione dei «Meridiani» erano tali da impedire al filologo qualsiasi controllo oltre un passivo – e inaccettabile – imprimatur. La revisione ecdotica di Ciliberto sarebbe pertanto avvenuta tra il 20 dicembre 1999 – data del rifiuto di Aquilecchia – e i primi giorni di gennaio del 2000, visto che il libro iniziò a circolare a febbraio. Tempi così rapidi, da rendere l’operazione «piratesca», e il maquillage una «filosofia fast food» (stando ai giornali). La risposta di Ciliberto, pronto a difendere pubblicamente le sue scelte – la vedremo, per iscritto si spera, dopo il saggio di Aquilecchia sul tema, prossimo alle stampe – non ha cancellato due dati gravi. Il primo è l’indubbia strumentalizzazione del lavoro dell’équipe francese (che oltre Aquilecchia, ha avuto coordinatori N. Ordine e Y. Hersant, noti studiosi del Bruno); il secondo è rappresentato – triste conseguenza delle celebrazioni d’obbligo – dai troppi cantieri per la stessa fabbrica. E qui – si permetta l’osservazione – sfioriamo il morboso: Ciliberto (diciamolo solo ora) è stato prefatore di un volume delle «Belles Lettres»; perché non ha informato per tempo Aquilecchia di certe sviste filologiche, e lo ha cooptato nella revisione solo a stampa ultimata? Ma in questa sede – senza prendere partiti oltre la cronaca dei fatti – ci preme una questione sottile. L’edizione critica (su questo punto Ciliberto è inattacabile) non è coperta da alcun diritto d’autore – nel nostro giure – e pertanto il curatore dei testi è solo un testimone della loro fortuna, mai identificabile con l’autore in quanto tale. Ma esiste l’obbligo – consacrato dalla filologia classica tedesca dell’Ottocento, alle prese con testi spesso corrotti – di dichiarare sempre il giuoco delle parti che ha sovrinteso al restauro! Una trasparente onestà che doveva aver luogo (a scanso di polemiche su plagi) con più fine segnaletica in un magnum opus come quello dei Dialoghi di Bruno, dove ogni dato formale è discusso, persino la punteggiatura. E qui, invece, si maschera la provenienza di certi riscontri, giungendo alla gaffe di porre – in bibliografia – gli Opera omnia francesi come traduzioni (e non edizioni critiche) di Bruno.
       Difficile capire se, non rievocando l’indifferenza di fondo dei filosofi verso il dato testuale. Una funzione vicaria da loro assegnata alla filologia affine a quella che si ritrova esibita negli storici d’arte verso i restauratori anch’essi emarginati da cataloghi e riproduzioni. E, senza nessuno che li difenda, nemmeno segnalando, in pinacoteca, il nome di chi ha permesso l’esegesi di un quadro dopo una sapiente pulitura.

(B Basile, Università di Bologna)